Quella appena trascorsa è stata un’ estate diversa rispetto alle precedenti.
Nei mesi di giugno e luglio il caldo non era normale.
Lo sentivi penetrare ovunque, non un filo d’ erba cresceva più nel prato, le piante, fino ad allora verdi e rigogliose, cominciavano ad ingiallire e a perdere le foglie, gli animali soffrivano per il calore proveniente dal terreno: in tutto il Comune di Urbino, così come in gran parte del resto del Paese, veniva dichiarata l’ allerta siccità a causa della mancanza delle piogge.
Questi giorni, o meglio mesi, li ho trascorsi tra la mostra dove a volte accompagnavo mia madre e dove i muri spessi del Palazzo Ducale impedivano ai raggi del sole di penetrare, la mia casa, un luogo piuttosto fresco rispetto all’esterno, e il mare, dove l’ acqua attenuava il bruciore del sole sulla mia pelle.
La sera, quando la luna splendeva alta nel cielo accompagnata dalla luminosità delle stelle, me ne stavo invece in giardino, seduto sulla mia sedia, ad ammirare la bellezza dell’ universo.
Fu proprio in una di quelle occasioni che feci un incontro speciale.
Sembrava essere una sera qualunque: le case erano vuote, gli alberi intorno a me immobili, l’aria ferma.
All’improvviso, nel silenzio della notte, udii un rumore: durò un istante, ma fu di una intensità disarmante.
Poi più nulla.
Mi diressi verso il luogo da cui lo avevo sentito arrivare, portai con me il cellulare e accesi la torcia.
Di nuovo quel rumore assordante.
Mi avvicinai ad un grande albero di viburno situato al centro del mio giardino, la chioma ancora straordinariamente rigogliosa, vuoto all’interno a causa dei suoi tanti anni e rivestito di una coperta di foglie secche.
Fu lì che lo vidi: mi fissava con i suoi piccoli occhi neri, il corpo tozzo e ricoperto di aculei, il musetto lungo e appuntito.
Realizzai all’istante che si trattava di un riccio.
Passato il timore, cominciai ad osservarlo, anche lui aveva lo sguardo fisso su di me.
Pensai che doveva essere affamato o, forse, ancora di più, aveva sete.
Lentamente ma con passo deciso rientrai in casa, mi diressi verso la credenza contenente la scatola di cartone con i croccantini per la mia gatta, Lora, l’afferrai, presi due ciotole, in una misi l’ acqua e nell’altra una manciata di croccantini e tornai al piano di sopra.
Aprii la porta finestra che dalla casa conduce all’esterno, attraversai di nuovo il giardino e mi ritrovai di fronte all’ albero di viburno.
Era sparito! Il mio nuovo amico era sparito!
Appoggiai le due ciotole sul terreno ancora tiepido per il calore della giornata e, mesto, rientrai in casa.
Ripetevo la stessa operazione ogni sera e tutte le mattine riprendevo le due ciotole vuote.
Non ho più rivisto il riccio.
Nonostante le giornate si siano accorciate e le piogge siano arrivate, fin troppo devastanti, io continuo a guardare il cielo notturno e a rivolgere lo sguardo a quell’ albero.
Voglio pensare, e credere, che il mio amico sia ancora lì, ora al fresco delle giornate quasi autunnali, e che aspetti ogni sera di vedermi ripetere il mio gesto, consueto ormai ma speranzoso.
Lamonaca R.
