Il prof. Puntarello racconta
Nell’occasione del 21 marzo, GIORNATA DELLA MEMORIA E DELL’ IMPEGNO IN RICORDO DELLE VITTIME INNOCENTI DELLE MAFIE, abbiamo intervistato il prof. Giuseppe Puntarello per farci raccontare la storia di suo nonno, vittima della mafia nel ‘45.
«Mio nonno, Giuseppe Puntarello, fa parte di quella nutrita schiera di sindacalisti uccisi in Sicilia tra il ‘44 e il ‘56. Nacque a Comitini in provincia di Agrigento, aveva 53 anni quando fu ucciso con un colpo di lupara alle spalle. Era segretario delle Camere di lavoro di Ventimiglia di Sicilia (un piccolo paesino a 39 km da Palermo) e lavorava come autista della ditta INT(Istituto Nazionale Trasporti). La sua numerosa famiglia era ben istruita per quell’epoca: un fratello perse la vita durante la Prima Guerra Mondiale nell’undicesima battaglia dell’Isonzo a Gorizia; un altro era pilota di aerei; un altro ancora era ufficiale dei pompieri. Giuseppe si trasferì a Ventimiglia, paese natale della moglie, dove trovò lavoro e mise su famiglia. Emigrò in Eritrea ad Asmara, ma rimase deluso, decise di ritornare in Sicilia e da diversianni ormai conduceva l’autobus che da Ventimiglia portava a Palermo, alternandosi nella guida con un compagno di lavoro. La mattina del 4 dicembre ‘45, il suo collega si trovò nell’impossibilità di andare a prelevare l’autobus dall’autorimessa e pertanto mio nonno lo sostituì. Un commando mafioso lo costrinse a fermarsi per strada e lo uccise con fredda determinazione. Morì sul colpo. Mettendo insieme i pezzi si comprese che si trattava di un omicidio di mafia, e non come si diceva di uno scambio di persona, purtroppo le indagini furono molto superficiali. Più del 70% di questi omicidi rimangono impuniti, senza colpevoli, ciò vale per tutti anche per Falcone e Borsellino. A quel tempo, parlare di mafia non era un argomento comune, non si aveva contezza di cosa fosse: lo dimostrano i giornali che sbagliavano a scrivere la parola mafia con “maffia”, che deriverebbedall’arabo maḥyāṣ (“smargiasso”, “spavaldo”), da mo’afiah (“arroganza”, “prevaricazione”, “tracotanza”) o da maha fat (“protezione”, “immunità”). Uno dei giornali allora più diffusi, “La Voce della Sicilia”, riportava il seguente titolo: “L’assassinio del segretario della sezione comunista di Ventimiglia di Sicilia” e continuava informando che “Ieri mattina è stato assassinato a Ventimiglia, in provincia di Palermo, il compagno Giuseppe Puntarello, segretario della locale sezione comunista. Già varie volte la sezione aveva ricevuto minacce dalla maffia del luogo, al soldo del separatismo agrario, di cui anche il sindaco è un esponente. C’è di più: il maresciallo dei carabinieri aveva intimato ai nostri compagni la chiusura della sezione minacciando inoltre il confino ai compagni più in vista. Purtroppo non è la prima volta che i nostri compagni rimangono vittime della reazione agraria. E quel che è peggio, le autorità si sono dimostrate sempre incapaci di colpire con la necessaria energia questi delitti della maffia, questa polizia privata dei nostri signori feudali, di quella classe che mentre tenta di stroncare con tutte le armi, dall’assassinio alla calunnia, i movimenti d’avanguardia, sfratta dalla terra i contadini, nega loro le sementi per rappresaglia all’applicazione dei decreti Gullo, e sottraendo il grano all’ammasso affama nello stesso tempo tutto il popolo (…). Attendiamo intanto i provvedimenti delle autorità: ad esse però ricordiamo che in questi casi non agire con la massima sollecitudine, oltre che con la necessaria energia, equivale a non volere agire.” Bisogna ricordare che nella Sicilia degli anni ‘40 era ancora presente un’organizzazione territoriale di tipo feudale, ciò significa che c’erano grandissimi latifondi, per lo più abbandonati, nelle mani di poche famiglie aristocratiche, perciò per intaccare il latifondismo e risolvere il problema della povertà l’unica soluzione era distribuire la terra incolta ai contadini. Ciò era fortemente voluto dal ministro dell’agricoltura e delle foreste Fausto Gullo, soprannominato “Ministro dei contadini” per i suoi decreti del ‘44 in favore della riforma agraria, che poi sarà attuata nel 1950. Inoltre, c’era già la presenza degli americani sbarcati nel ‘43 e il grano veniva ammassato in grandi magazzini, i cosiddetti “granai del popolo”, per essere distribuito sotto il controllo militare. Le organizzazioni politiche e i sindacalisti, tra i quali mio nonno, si erano attivati in Sicilia per l’attuazione dei decreti Gullo e la distribuzione del grano, per soddisfare le esigenze primarie della popolazione».
– Quindi suo nonno si è attirato l’inimicizia dei grandi latifondisti?
Esatto, i latifondisti si servivano dei gabellotti armati a cavallo come personale di controllo delle loro terre, che facevano rispettare la volontà del padrone, quindi la mafia come la conosciamo noi è figlia della mafia rurale.
Quando i carabinieri, 10 anni dopo, hanno messo insieme i pezzi si sono resi conto della lunga lista di sindacalisti morti dall’agosto ‘44. L’elenco dei sindacalisti uccisi in questo contesto è lunghissimo, solo per citare alcuni nomi, si comincia con Lorenzo Panepinto, maestro elementare, Andrea Raia fino ad arrivare a Placido Rizzotto e a Salvatore Carnevale e in tempi più recenti a Pio La Torre nel 1982. Il calendario della memoria della CGIL li ricorda tutti, in ordine alfabetico.
– Tutti sapevano di questo?
Certo, i carabinieri addirittura contrastavano l’operato politico della Camera del lavoro e dei sindacalisti.
– Lei e la sua famiglia siete a conoscenza del nome chi è stato a uccidere suo nonno o almeno del mandante?
Io so il nome del collega che avrebbe dovuto aprire l’autorimessa. Considerate che io sono nato 22 anni dopo questo evento. Mia nonna è rimasta vedova con 5 figli, di cui il più piccolo aveva 5 anni. Mio padre all’epoca ne aveva 13 ed era già al collegio dei sordomuti; al terzo figlio, che si chiamava anche lui Giuseppe-Joe Puntarello, perché poi si è trasferito in America, di circa 18 anni, è toccato il compito di riconoscere il corpo del padre. Mia nonna, Vincenza Samperi, è rimasta in povertà ed ha ricevuto la solidarietà di tutto il paese per crescere i suoi figli. A mio nonno sono stati intestati nel 2017 la sede della CGIL a Ventimiglia di Sicilia e nel 2018 a Palermo una via, Largo Giuseppe Puntarello, che non sono ancora andato a vedere, prima o poi ci andrò.
– Lei come è venuto a conoscenza di questa storia?
I miei genitori conservavano un ritaglio di giornale e da bambino mi mostravano la foto del nonno. In famiglia si provava molta vergogna per questo fatto, i mafiosi si uccidevano a vicenda e la nostra non era una famiglia mafiosa. Mia nonna preferiva credere allo scambio di persona, tuttavia non tollerava che in famiglia si parlasse di politica, perché proprio l’attività politica è stata la causa della morte di suo marito.
D. Ceccarini, M. Albero, S. Lamanna, M. Flamini

