Cosa significa essere non nativi digitali
Cari studenti,
voi siete nati in un mondo in cui quasi tutto è immediato. Cercate una parola e compare sullo schermo. Volete ascoltare una canzone e basta un tocco. Potete parlare con qualcuno dall’altra parte del pianeta senza attendere giorni, settimane, mesi. Per voi il digitale non è una scoperta: è l’ambiente naturale in cui vivete, l’aria che respirate. Per chi è nato e cresciuto nella seconda metà del Novecento, invece, il mondo era costruito in modo diverso. Non migliore o peggiore: diverso. Essere “non nativi digitali” significa aver imparato la lentezza prima della velocità, l’attesa prima dell’istantaneità, la memoria prima dei motori di ricerca. Significa ricordare quando le fotografie non si vedevano subito, perché bisognava sviluppare il rullino e aspettare giorni per scoprire se erano venute bene. Significa aver scritto lettere “vere”, su carta, e aver aspettato il postino con emozione. Significa aver telefonato da cabine pubbliche con i gettoni in tasca, oppure aver imparato a memoria decine di numeri telefonici perché nessun dispositivo li conservava per noi. Vuol dire anche aver studiato senza internet. Per una ricerca si andava in biblioteca, si consultavano enciclopedie pesanti, si prendevano appunti a mano. Quando non si conosceva qualcosa, non bastava digitare una domanda: bisognava cercare, chiedere, discutere, avere pazienza. Chi è cresciuto allora ha visto arrivare il digitale come una rivoluzione. Prima la televisione in bianco e nero, poi quella a colori. Poi i primi computer enormi e lenti. Poi internet, i telefoni cellulari, le email, gli smartphone, i social network. In pochi decenni il mondo è cambiato più rapidamente di quanto fosse cambiato nei secoli precedenti. Per questo, a volte, gli adulti che avete davanti sembrano esitanti davanti alla tecnologia. Non perché siano meno intelligenti o meno curiosi, ma perché hanno dovuto imparare una lingua nuova da grandi. E imparare da adulti richiede fatica, umiltà, coraggio. Pensateci: voi avete imparato a usare uno schermo quasi contemporaneamente a parlare. Essi hanno imparato quando avevano già costruito la loro idea di mondo. Ma essere non nativi digitali porta anche alcuni preziosi insegnamenti. Significa sapere che il silenzio non è vuoto. Che si può stare un pomeriggio senza notifiche. Che l’amicizia non dipende da una connessione. Che la noia, qualche volta, è il luogo da cui nascono le idee migliori. Significa aver imparato a distinguere tra ciò che è urgente da ciò che è importante. Perché quando tutto non era sempre disponibile, si sceglieva con maggiore attenzione. E forse significa anche ricordare che la tecnologia è uno strumento, non un destino. Serve a migliorare la vita umana, non a sostituirla. Voi avete capacità straordinarie: vi muovete rapidamente tra informazioni, immagini, linguaggi, piattaforme. Avete una naturalezza che le generazioni precedenti possono solo ammirare. Ma proprio per questo avete bisogno di memoria storica: di sapere che il mondo non è sempre stato connesso, e che molte cose fondamentali – la fiducia, il rispetto, la pazienza, l’ascolto – non dipendono dalla tecnologia. Tra le vostre mani avete strumenti potentissimi. Usateli senza diventare prigionieri. Imparate il futuro senza disprezzare il passato. E quando vedrete un adulto in difficoltà davanti a un’applicazione o a un dispositivo, non sorridete con superiorità: ricordate che quella persona ha attraversato il passaggio da un mondo analogico a uno digitale, vivendo una trasformazione enorme che voi avete trovato già compiuta. I non nativi digitali possono insegnarvi il valore del tempo, dell’attesa, della profondità.
Voi potete insegnare loro la velocità del cambiamento, l’apertura, la capacità di reinventarsi. Il futuro migliore nasce proprio da questo incontro.
Con fiducia in voi.

Un adulto del Novecento.
