INNO ALLA PACE E ALLA LIBERTA’ 

La giornata del 27 gennaio 2025 è stato un invito a riflettere per gli studenti di 5BC e 5C AFM, presso il Teatro Sanzio di Urbino, sul tema della libertà e della pace con un focus sul tema della tregua, ricordando quella del 27 gennaio 1945 quando ad Auschwitz furono liberati gli ebrei dai campi di concentramento e quella che a distanza di quasi un secolo, il 19 gennaio 2025, è iniziata a Gaza tra Palestina e Israele.

Il dizionario Treccani definisce il termine “tregua” come: “Sospensione di qualsiasi ostilità, cessazione temporanea da una lotta”. L’apertura dei cancelli di Auschwitz è considerata da Primo Levi come una tregua, l’inizio della fine della Seconda guerra mondiale. Egli la descrive, nel suo libro “La tregua” del 1946, non solo come una pausa tra due momenti di dolore, ma come un respiro profondo, che segue la tempesta.  È la sospensione del terrore, una fragile parentesi in cui si intravede la possibilità di tornare a essere umani. Così come gli ebrei liberati dai campi di concentramento sentirono quel senso misto di sollievo e smarrimento, anche oggi la tregua in Palestina e Israele suscita emozioni simili. In entrambe le situazioni, la tregua è un momento che riaccende la speranza, ma che porta con sé il peso delle cicatrici e la consapevolezza della precarietà. Per chi ha vissuto il conflitto, la tregua è come una porta socchiusa verso la libertà e la pace, due valori tanto desiderati quanto fragili. Ed è proprio questo che unisce passato e presente: il bisogno universale di pace e la capacità di sperare, nonostante tutto, in un futuro più giusto. 

La tregua non è solo la fine del rumore delle armi; è un momento in cui il silenzio fa emergere tutto ciò che è stato soffocato. È il tempo in cui i sopravvissuti guardano il cielo senza paura, ma anche il momento in cui i ricordi si fanno più vivi e più dolorosi. La tregua non cancella il passato. La Shoah conta 6 milioni di morti, oggi in Palestina e Israele se ne contano altre 60.000 solo dal 7 ottobre 2023.  È proprio nella tregua che si intravede il significato più profondo di libertà: il diritto di sognare, di ricostruire, di credere che la pace possa diventare più di una pausa. La libertà e la pace non sono solo obiettivi politici da raggiungere; sono la promessa che il dolore e l’ingiustizia non saranno l’ultima parola. Così, ricordare la Shoah e riflettere sulle tregue di oggi significa riconoscere che il cammino verso la pace è sempre fragile, ma indispensabile. 

Dopo queste riflessioni è opportuno chiedersi: cosa è cambiato a quasi un secolo di distanza? La storia ci dimostra che quasi nulla è diverso. Il mondo si è evoluto. L’uomo è arrivato sulla luna, e ora addirittura vuole conquistare anche Marte, e nonostante ciò l’uomo non è mai realmente cambiato nella sua natura.  La memoria serve a non dimenticare, ma dovrebbe soprattutto insegnare, affinché non si debbano ripetere gli orrori del passato. 

Ma il rischio è sempre presente, perché la storia ha dimostrato quanto sia facile dimenticare e quanto sia difficile imparare.  E allora, la vera sfida non sta solo nel ricordare, ma nel trasformare il ricordo in azione, nel rendere la memoria viva e capace di ispirare cambiamenti concreti. Non basta celebrare le tregue o commemorare le vittime: occorre interrogarsi sul presente e sul nostro ruolo nel costruire un futuro diverso. Forse il più grande insegnamento che possiamo trarre dalla storia è che la pace non è mai un punto d’arrivo definitivo, ma un processo continuo, un equilibrio fragile da custodire giorno dopo giorno. Non possiamo limitarci a sperare che il mondo cambi; dobbiamo impegnarci a cambiarlo, anche con piccoli gesti, perché è nelle scelte quotidiane che si costruisce una società capace di ripudiare la guerra e abbracciare la pace. 

Dunque è questo il nostro compito: non solo guardare al passato con commozione, ma al futuro con responsabilità. Vorrei concludere offrendo una poesia di Salvatore Quasimodo, “Uomo del mio tempo”, il cui tema centrale è l’eterno ritorno della guerra nelle esistenze dell’uomo; egli modifica solamente il modo in cui le combatte, ma rimane primitivo poiché continua a farle. 

H. Aamri

UOMO DEL MIO TEMPO 

Sei ancora quello della pietra e della fionda, 

uomo del mio tempo. Eri nella carlinga, 

con le ali maligne, le meridiane di morte, 

t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche, 

alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu, 

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio, 

senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora, 

come sempre, come uccisero i padri, come uccisero 

gli animali che ti videro per la prima volta. 

E questo sangue odora come nel giorno 

quando il fratello disse all’altro fratello: 

«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace, 

è giunta fino a te, dentro la tua giornata. 

Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue 

Salite dalla terra, dimenticate i padri: 

le loro tombe affondano nella cenere, 

gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

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