Il connettoma è l’insieme delle connessioni cerebrali che ci caratterizzano e i suoi numeri, ad un primo approccio, stupiscono: il cervello esegue 10 alla ventiquattresima operazioni al secondo e consta di 100 miliardi di neuroni che stabiliscono 150 milioni di miliardi di connessioni, che tradotti in termini spiccioli sarebbe pari a 140 mila kilometri. Tutte queste connessioni sono attivate dall’esperienza che ciascuno di noi vive. E allora, “se pensi che non valga la pena investire sull’istruzione, prova con l’ignoranza”, queste sono state le parole di Bok Derek rettore dell’Università di Harvard, citate da Alessandro Rossi dell’Università di Siena al Convegno Nazionale di SOSDISLESSIA che si è tenuto a Napoli il 3 e 4 marzo e al quale ho partecipato sia per interesse e curiosità personale e professionale sia in qualità di referente dell’Area Inclusione dell’IIS Raffaello. Un’esperienza che mi piace condividere con i colleghi e gli alunni.
La due giorni è stata intensissima per il serrato susseguirsi di relatori che hanno trattato da più punti di vista la dislessia, un disturbo specifico di apprendimento che coinvolge sinergicamente, nell’azione didattica, genitori ed insegnanti. Tutte le discipline scolastiche e gli insegnamenti più disparati sono coinvolti nel momento in cui si interagisce con un dislessico.
Cosa accade nel suo cervello? Come sono stimolate le sue connessioni?
Il problema non è semplice e le risposte non sono univoche, ma ciò che è certo è che tutte le esperienze sia emotive che fisiche, anche quelle traumatiche come gli insuccessi scolastici, attivano connessioni difficili poi da disconnettere. Pertanto il suggerimento degli esperti intervenuti è quello di diagnosticare prematuramente i dislessici, addirittura qualcuno sostiene nei primi 3 anni di vita, per impostare programmi ad hoc per il miglioramento del disturbo e per evitare il fallimento scolastico che comporta inevitabilmente traumi psicologici come ansia, esclusione sociale, depressione, calo dell’autostima… che innescano connessioni cerebrali a volte irreversibili. Inoltre è stata proposta dal direttore scientifico del convegno Giacomo Stella, la distinzione tra insegnamento e apprendimento. L’insegnamento è un passare istruzioni, spiegazioni, nozioni, conoscenze mentre l’apprendimento così come insegnano Socrate e Piaget deve passare attraverso l’esperienza.
Quale operatività è consigliabile proporre a un dislessico o addirittura all’intera classe in cui è inserito?
Le proposte sono molteplici, si va dalla didattica della peer education alla flipped classroom che promuovono conoscenza partendo dal basso, anche grazie al dialogo e al confronto tra gli studenti. L’uso del tablet o del computer è inoltre vivamente consigliato per i dislessici in quanto provvisti di tutta una serie di strumenti compensativi come lettore vocale, costruttori di mappe mentali, da distinguere dalle mappe concettuali. Il modello di riferimento di una mappa mentale è associazionista: la sua costruzione procede con la libera associazione mentale, iniziando dall’elemento centrale, agganciando progressivamente nuovi elementi verso l’esterno della struttura oppure ristrutturando dinamicamente quelli già inseriti. Questa tecnica fa leva soprattutto sulle capacità creative personali e di gruppo, sulle risorse mentali inconsce, sulle sinestesie create con colori e immagini, sui processi che spontaneamente ristrutturano le informazioni e che ogni volta lasciano aperta più di una chiave interpretativa.
Per quanto riguarda l’apprendimento della lingua madre e delle lingue straniere, i relatori Raffaele Simone di Roma Tre e Carlos Melero della Ca’ Foscari hanno fortemente attaccato l’insegnamento tradizionale della grammatica che risulta per i dislessici non solo inutile ma addirittura dannoso proponendo un approccio di tipo comunicativo-esperienziale. Per quanto riguarda la didattica inclusiva della matematica, il relatore Guido Dell’Acqua ha suggerito che è essenziale il gancio empatico, servendosi della warm cognition che non prevedere una severità eccessiva da parte del docente. L’utilizzo di tutti gli strumenti possibili facilita l’apprendimento della matematica, senza dimenticare la creazione di un clima sereno e piacevole in cui il DSA (e non solo) può esprimere i propri bisogni e le proprie paure. Come già aveva dichiarato la Montessori, per insegnare bisogna emozionare. Molti ancora pensano che se ci si diverte non s’impara.
La scuola, dunque, è il luogo dove si insegna o dove si impara?
Significativa a questo proposito la testimonianza di Franco Lorenzoni, insegnante e coordinatore di Casa-Laboratorio Cenci in Umbria, nel sostenere che le tre virtù sulle quali si dovrebbe fondare la scuola sono la pazienza, la concentrazione e lo sforzo che dovrebbero condurre a curiosità, rispecchiamento, restituzione, comunità e bellezza, in un rapporto di reciprocità docente-alunno. Entrambi dovrebbero chiedersi, almeno una volta a settimana: quante volte mi sono stupito? dove mi sono ritrovato, cioè in quali attività o materie ho ritrovato una parte di me? in che modo ho restituito alle persone con cui interagisco le cose belle e/o giuste che mi hanno dato? ho condiviso responsabilmente le esperienze comuni? sono stato sensibile nel percepire la bellezza di ciò che ho vissuto?
Concludo questo mio racconto con quanto ha sostenuto Luigi de Gennaro della Sapienza di Roma nel suo intervento dal titolo Apprendere durante il sonno o apprendere grazie al sonno? La privazione del sonno abbassa la ritenzione di informazioni in memoria, perciò è scientificamente provato che l’apprendimento di informazioni si consolida durante il sonno. L’ippocampo, l’area cerebrale implicata nella memoria, durante il sonno è attivo come durante la veglia, quindi di notte si consolida quanto appreso durante il giorno. Ma ciò che meraviglia è che anche il sogno è un’attività utile, infatti l’incorporazione nel sogno di abilità apprese da svegli si associa ad un incremento delle prestazioni successive. Perciò il sogno può essere definito lo scenario cognitivo del replay dell’apprendimento e il territorio privilegiato per la creazione artistica e scientifica.
Philip Schultz, vincitore del premio Pulitzer (2008) per la poesia ha concluso i lavori del convegno, raccontando come da bambino fosse un pessimo studente, tradito dalla sua mente, con grandi difficoltà nella lettura e nella comprensione, ma che già sognava di diventare poeta, tra l’ironia pungente del suo maestro, il primo a cui poi annuncerà la vittoria del suo prestigioso premio proprio per la poesia. Solo molto tardi scoprirà di essere dislessico. La sua storia è racconta nel libro autobiografico “La mia dislessia” (2011).
Roberta Fabi
