Guernica: educare alla pace con l’arte

España en el corazón
Pablo Neruda


Arte e letteratura: le nostre uniche vere bussole per non perdere la rotta dell’umanità.
Il 24 febbraio, in Aula Magna, non abbiamo semplicemente assistito a una conferenza:
insieme al Professor Gianni Darconza, ai nostri docenti di spagnolo e di storia e a Giordano
Vecchietti, responsabile per la Regione Marche dell’AICVAS (Associazione Italiana
Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna), noi studenti delle classi 5CAFM, 5BT, 5AL e 5DL
abbiamo intrapreso un viaggio che ci ha portati a guardare negli occhi il mostro della guerra
civile. Abbiamo approfondito, in particolare, la guerra civile di Spagna (1936-1939) che vide
il Paese dividersi crudamente tra repubblicani e nazionalisti, ma anche porsi come teatro di
un conflitto internazionale.
Il cuore della nostra riflessione si è fermato sul concetto, terribile e attuale, di conflitto
fratricida. Attraverso le pagine di Arturo Pérez-Reverte, abbiamo capito che l’orrore più
grande non risiede solo nella violenza delle armi, ma nel dramma di riconoscere nel fratello
un nemico, qualcuno che parla la nostra stessa lingua.
Durante l’incontro, il nostro sguardo si è posato anche su immagini e racconti crudi: quelli
dei bambini di Madrid. Abbiamo riflettuto su cosa significhi vivere sotto i bombardamenti per
tre anni interi, crescendo tra le macerie. Ci ha colpito, in particolare, la riflessione di Juan
Marsé sull’immagine terribile di bambini mutilati che, quasi per un riflesso assurdo, giocano
alla guerra imitando la violenza dei “grandi”. È il paradosso più crudele: la guerra che
diventa l’unico orizzonte possibile, l’unico gioco conosciuto, rubando loro il diritto di essere
piccoli.
Tuttavia, il conflitto ha mostrato anche il volto della resistenza delle donne. Abbiamo
scoperto che non furono solo spettatrici del dolore, ma protagoniste assolute: lavoratrici
nelle fabbriche, infermiere al fronte e leader politiche coraggiose.
Davanti alle immagini della tela di Guernica, non ci siamo limitati ad analizzare forme e
colori; abbiamo provato a immergerci nel dolore che Picasso ha impresso su quella tela,
comprendendo come l’arte possa farsi carico di uno strazio universale.
Ci siamo resi conto che l’arte ha il potere straordinario di “curare” le ferite della storia perché
laddove le bombe distruggono e mettono a tacere le persone, il dipinto continua a gridare
per chi non ha più voce. Davanti a un dipinto che “grida”, capiamo che l’opera non è un
oggetto statico, ma un testimone che si rifiuta di invecchiare, impedendo l’indifferenza.
Inoltre, l’immagine dei libri portati in trincea, evocata dalla poesia di Ignacio García “A su
madre”, stravolge completamente il concetto di guerra. Solitamente il conflitto è il luogo della
regressione all’animalità; tuttavia, il soldato che racconta alla madre di imparare a leggere e
scrivere mentre impugna il fucile ci regala un’immagine potentissima: la cultura che diventa
strumento di riscatto e di libertà proprio nel momento più buio.
Lo stesso Pablo Neruda ha definito la poesia un “atto di pace”.
Siamo usciti dall’aula con la consapevolezza che, se vogliamo davvero “negare l’irrilevanza
dell’uomo”, per citare Kurt Vonnegut, dobbiamo ripartire dalla protezione dei più fragili e dal
valore di chi, con il lavoro, l’arte e la parola, si oppone ogni giorno alla distruzione.
Oggi quel concetto di conflitto fratricida non è solo storia, ma presente. Il paradosso del
soldato di García che impara a scrivere mentre imbraccia il fucile ci ricorda che, anche oggi,

la cultura non è un lusso accessibile solo in tempo di pace, ma l’unico strumento per non
abbandonarci alla disumanizzazione.
L’arte e la letteratura, oggi più che mai, restano i nostri baluardi per restare umani.

A. Di Vincenzo

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