Intervista a Michela Murgia

Michela Murgia entra silenziosamente lungo il corridoio dell’Aula Magna dell’Area Scientifico-Didattica Paolo Volponi  dell’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, cammina lentamente con pochi libri in mano fino ad arrivare alla cattedra. A illuminarle l’abito scuro è una collana dai mille colori e un sorriso caldo, che rimanda alle terre lontane della Sardegna. In poco tempo la tensione si scioglie e il dibattito ha inizio: si parla di Chirù, di Accabadora e perfino di Ave Mary, in un dialogo di circa due ore, orchestrato con maestria dalla capacità della scrittrice di creare un’atmosfera libera e accogliente.

Una volta svuotata l’aula, ci siamo avvicinate, approfittando della sua disponibilità, e con videocamera e cavalletto in mano, abbiamo iniziato l’intervista sul romanzo “Chirù” (Einaudi, 2015).

D: Durante il dibattito ha detto di non rivedersi nella figura di Eleonora. Quanto però ha prestato di lei stessa a questo personaggio, considerando che siete entrambi insegnanti?

R: Ci sono dei tratti in comune solo per quanto riguarda il lato artistico: lo spettacolo teatrale che porta in scena Eleonora è un vero spettacolo a cui stavo lavorando, quindi sono stata portata a ragionare come lei e entrare nei suoi panni, non in quanto attrice ma come sceneggiatrice.

D: “[…] Lo avrei comunque dotato degli strumenti necessari a cogliere le differenze tra il possesso di un dono e l’assai più utile capacità di afferrare le opportunità. Avrebbe capito presto che non tutti i solisti che si ammirano sul palcoscenico sono opportunisti ma gli opportunisti prima o poi sul palcoscenico ci arrivano tutti.” Quindi un educatore deve educare all’opportunismo? L’opportunismo può essere considerato una virtù?

R: Ci sono molto persone che conosco che scrivono meglio di me ma che, nonostante ciò, non hanno saputo cogliere le giuste opportunità. Sul palcoscenico si sta col carattere: essendo l’arte comunicazione, importante, oltre al talento, è come lo mostri. Ce ne sono cento che suonano bene quanto Chirù, ma solo uno sa guardare e farsi guardare come lui. Non penso che l’opportunismo sia sempre una cosa negativa: penso che sia riconoscere semplicemente l’istante in cui la tua schiena deve stare più dritta perché prima di farsi scoprire dagli altri, bisogna scoprirsi da soli. È meglio valere cinque e valutarsi cinque che essere dieci e non farlo mai vedere nessuno.

D: “[…] La superiorità intellettuale bisogna farsela perdonare.” In un mondo che punta all’eccellenza perché lei dice ciò?

R: Ti faccio l’esempio di una mia amica Chiara Valerio, una delle persone più intelligenti che conosco: ciò da lodare in lei non è unicamente l’acume ma piuttosto la straordinaria capacità di mettere tutti al proprio agio, di utilizzare la sua intelligenza per creare delle relazioni di senso atte al collegamento. Ha un’intelligenza che non fa sentire stupido nessuno. Farsela perdonare vuol dire questo: quello che hai ti serve per stabilire legami, non come corpo contundente per far sentire l’altro più piccolo di te.

R. BIANCHI, C. ROSSI, E. KRYEZI

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