Dacia Maraini e gli studenti del Raffaello e del Laurana-Baldi

Il racconto di un dialogo libero e di sostanza

Essere persone distinte non è da tutti, rispettabili ma allo stesso tempo avere una propria cifra, è notevole. La serietà e la dignità spesso vengono attribuite erroneamente alla compostezza, dovuta anche a ritrosia e riservatezza, ma nel momento in cui ci si espone, si mette la propria persona sotto lo sguardo demolitore rimane arduo rimanere definiti in una propria percezione, piuttosto che cadere o in una demolizione pubblica o finire trascinati in un’omologazione persuasivamente accattivante: ebbene, esistono persone, centellinate, che riescono a tenere incollato a sé, ben cucito, il proprio essere.

Dacia Maraini compare in questa rarità. Intavola un dialogo libero e di sostanza, creando un clima disteso e attento che continuamente si lancia in  ogni tipo di argomento e tematica. L’autrice risponde a tutti gli interrogativi dando dignità ad ogni richiesta, chiamando e rivolgendosi per nome ad ogni ragazzo, definisce una realtà e una consistenza che dichiara l’essere lì presenti fermamente. Una percezione di sé e dell’altro, che nasce e si sviluppa in un’esistenza che ha sofferto ma che ha intelligentemente reagito, passata attraverso gli occhi di una bambina, che al posto di disporre le bambole l’una accanto all’altra e pettinarle nella sua cameretta, ha visto una fila di cimici e pidocchi uscire da un cadavere, sanguisughe deluse in cerca di nuova linfa vitale in un campo di concentramento giapponese. Ora ne esce una voce calma, in pace con se stessa e il passato, che conserva dentro di sé e guarda con il giusto distacco i ricordi di un’infanzia, la fame, il freddo, i capelli che cadono al ritmo dei denti che si staccano dalle gengive, i parassiti che trovavano una giusta e comoda dimora in un corpo che si sta disfacendo, le minacce delle guardie che promettevano che appena avessero vinto la guerra, avrebbero tagliato loro la gola.

La sua è una storia mondiale, vista dall’interno, che nasce da un padre antropologo che decide di approfondire i suoi studi in Giappone, passa  per una resistenza all’adesione alla Repubblica di Salò e una fine annunciata cui riesce però a sfuggire grazie ad una capra, da cui bevevano latte e per cui riesce a rialzarsi dalla quattro zampe su cui camminava e stupirsi di essere ancora viva. Il resto poi è storia: amicizie importanti e segnanti con Pasolini, Moravia, Calvino, Fellini, Sciascia, con cui l’essere artisti diventa solidarietà e gratuità nei rapporti, il parlarsi e frequentarsi senza scopo la bellezza del momento.

Nella relazione trovare un riconoscimento della propria identità artistica è stato un passo fondamentale per costruirsi come persona e scrittrice, che però non si esaurisce e sconfina in un’attenzione al sociale e all’attualità tragica delle donne, al femminicidio come espressione folle dell’uomo debole che si definisce nel possesso, e al conseguente femminismo come richiesta e rivendicazione di diritti, demolitore di certi privilegi cui diventa necessario sottrarsi. Si schiera decisa e siede accanto con fare protettivo alle bambine vittime dell’infibulazione e date in spose ancora in tenera età, si pone in difesa di quelli che sono diritti universali, per cui non si dovrebbe combattere, perché dovrebbe essere una condizione naturale, ma per cui invece bisogna imporsi e lottare, e non abbassare la guardia perché potrebbero scomparire.

La scrittrice si definisce molto sensibile alle ingiustizie, si sente coinvolta e in dovere di reagire, e in quanto donna si sente ancora più fortemente chiamata in causa per la posizione di subalternità che il genere femminile ha dovuto subire nella storia, ed è anche per questo che pone come protagoniste dei suoi romanzi donne nel loro essere semplicemente donne. È una battaglia che si trova a dover combattere contro un sistema che ha le sue radici ben affondate in un immobilismo culturale difficile da sradicare e in una concezione per cui ancora il mondo è pensato per la figura maschile, la stessa grammatica viene definita dalla Maraini misogina, si noti una certa tendenza restia ad attribuire il femminile a sostantivi utilizzando il corrispettivo maschile e nelle generalizzazioni (l’uomo, i presenti etc).

Ma invita a non demordere, anche nei confronti della situazione traballante e insicura del nostro paese per le prospettive future dei giovani; ciò su cui puntare, sottolinea, è la capacità di reinventarsi, sforzarsi. Se la tecnologia ha spazzato via certi mestieri, la chiave per uscirne è scovare nuove opportunità in ciò che la tecnologia offre, il lavoro non può morire, allora bisogna rispondere alle nuove domande proposte dalla stessa tecnologia. Aspetto irrinunciabile diventa la specializzazione, specializzarsi in qualcosa che il resto della gente non sa fare, nella qualità che sta soffocando in questo mondo globalizzato, diventare un’eccellenza; come è capitato ad un’azienda di Cremona che fornisce mascarpone a ristoranti giapponesi per il tiramisù, in quanto privi di questo formaggio: loro sono diventati imbattibili in quel campo. Disciplina, fatica, studio e impegno concorrono a creare una competenza, che si acquista gradualmente, ma che affina e contraddistingue.

Non è una difficoltà di oggi affermarsi, non è un ostacolo che si è frapposto ora nella scalata al successo, è sempre esistito. La Maraini afferma:

Prima di confermarmi come scrittrice, facevo la segretaria di una giornalista straniera e prima di trovare un editore ho atteso 5/6 anni e lo stesso prima di iniziare a guadagnare. Ciò che devia e inganna –sostiene l’autriceè l’idea di una competenza immediata e di un guadagno altrettanto facile, il tutto concentrato in un’individualità spiazzante che non include e non prevede in nessun modo la collettività

La meritocrazia tanto attaccata perché totalmente corrotta, non può essere imputata solo a fattori esterni, che non dipendono da noi, dunque lei stessa invita a non scappare via, a fare qualcosa, ribellarsi e combattere. Come scrittori la strada probabilmente si svela ancora più tortuosa, il crearsi una competenza si imperna su una pratica continua e una disciplina ferrea che forma, perché non è un sillogismo “parlo, dunque scrivo”, è sforzo e esercizio. Il primo passo sta nella lettura, nella conoscenza della tradizione letteraria, nell’assorbire quelle che sono le fondamenta, i costrutti che devono penetrare come assunti nella carne, scivolare attraverso un continuo fluire e sedimentare; questo avviene nella sua forma più naturale nella lettura della propria lingua, la traduzione è un compromesso, invecchia, muore e si rinnova negli anni, Dante o Boccaccio sopravvivono. Poi si procede alla formazione di un proprio stile, ed è qui che uno scrittore imprime il suo dna, si tratta di un qualcosa di unico, proprio dell’individuo: De Andrè lo si riconosce per il suo stile personale. Le storie, le trame e gli intrecci appartengono a tutti, le idee si trovano nell’aria, è una questione di rielaborazione personale, è come le si fanno crescere, come le si alimentano e come trovano l’uscita, come si accomodano nelle parole e che combinazione decidono di assumere.

È come l’interiorità dell’individuo trova il modo uscire e mostrarsi che affascina, è come si risolve e trova snodi interni ciò che è di tutti che è accattivante, è come uno decide di porsi nelle relazioni rimanendo fedele a se stesso che risulta magnetico. È c’è chi lo fa superbamente.

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