“Dagli all’untore!” dicevano una volta. “Ruspa!” dicono oggi. Nella Milano del Seicento lo straniero veniva dal lago di Como, oggi viene dalla Tunisia, ma il sentimento è lo stesso: la paura del diverso, quel qualcuno che prova a inserirsi nella mia società, sicuramente per qualche bieco motivo, per cui è meglio mettersi sulla difensiva, tanto per stare tranquilli. È la vox populi a dirlo, la xenofobia è un pensiero che va condiviso, è il frutto di una comunità e di un contesto storico. Per questo possiamo ripercorrere la Storia, e in particolare la sua espressione artistica, per capire come è cambiato nelle diverse società il giudizio sullo straniero. È probabile che si trovino analogie interessanti guardando come i letterati hanno descritto i marocchini, romeni e senegalesi del loro tempo. Il giudizio della società riguardo ai “diversi” è stato molto altalenante. L’illustre capostipite della razza dei migranti è Odisseo. Certamente, se il eroe avesse trovato dei muri ad attenderlo quando sbarcava sui lidi del Mediterraneo, forse la sua odissea sarebbe finita molto prima. Per sua fortuna, egli viveva in un’epoca in cui lo straniero (almeno nel racconto mitico) veniva accolto a braccia aperte. Altro che permesso di soggiorno! Allo xenos non si chiedeva nemmeno il nome, prima di averlo ripulito e rifocillato. La nascita della polis contribuì a formare l’idea di comunità e il senso di appartenenza, a discapito però di tutti quelli che si trovavano al di fuori: lo straniero e il meteco ad Atene non avevano diritti politici. Con l’ellenismo invece si può dire che tutto il mondo diventò paese. Come ci testimonia la letteratura del periodo, il cittadino greco aveva ormai capito che l’egiziano e il siriano erano, in fin dei conti, persone come lui. Dimostrazione di quanto il contesto storico influisca sulla concezione di ciò che è accettabile o meno. Roma ad esempio, come la polis, fondava la propria identità sulla contrapposizione con gli “altri” e per questo ha sempre fatto fatica ad accettare il nuovo, rappresentato prima dalla Grecia, poi dall’Oriente, quel mondo così diverso che rischiava di contaminare la purezza della romanità (suona familiare?). Anche nella Roma imperiale, ormai piuttosto cosmopolita all’interno dei suoi confini, rimaneva il terrore per tutto ciò che rimaneva oltre il limes, ciò che la romanità non riusciva a dominare. Due occhi azzurri e dei capelli biondi erano una minaccia, lo racconta Tacito. si può dire che Roma, così abile nell’allargare i propri confini territoriali, lo era di meno con quelli mentali. L’Oriente continuò a incombere minaccioso anche sull’Europa medievale. In questo caso la minaccia bellica dei Turchi era aggravata dalla diversa religione. I cavalieri dell’Ariosto e del Tasso combattono contro questi Mori, nemico più o meno stereotipato della cristianità. Tuttavia, il pregiudizio dell’uomo medievale non era rivolto solo ai nemici lontani, ma anche a tutti quei diversi (attori, musici e altri girovaghi) che non facevano parte della comunità. Bisognò aspettare il Settecento e l’Illuminismo per avere una visione più tollerante, improntata alla fraternité dei rivoluzionari. La scoperta di nuove terre e nuove popolazioni non incoraggiò il cosmopolitismo, ma anzi accentuò l’idea, poi provata su basi pseudoscientifiche dal positivismo, della superiorità di alcune razze sopra le altre. Fertile terreno per l’affermarsi del nazionalismo, causa prima di tutte le tragiche vicende del Novecento. La paura del diverso nasce da una profonda insicurezza, di un popolo e di un singolo. è un mezzo per sentirsi parte di una comunità. Un’ultima motivazione per non essere razzisti: non dimentichiamo che a inizio Novecento eravamo noi Italiani i poveracci ammassati in terza classe, odiati perché rubavano il lavoro, perché portavano malattie, perché delinquenti e ubriaconi. “Ti ricorderai che sei stato schiavo in Egitto” dice il Deuteronomio: ricordiamo anche noi, ricordiamo di non fare agli altri ciò che non vorremmo avessero fatto a noi.
D.Toderi
