Possiamo scorgere un primo nucleo del tema della responsabilità scientifica già nella denuncia della II Rivoluzione Industriale e nella rappresentazione delle sue vittime frequente nel Romanticismo inglese (Blake) e nell’età vittoriana (Dickens).
Tuttavia è nel primo ‘900 che questa tema acquista la sua centralità. Pirandello additava la meccanizzazione del lavoro umano come una delle cause del fenomeno di alienazione e di spersonalizzazione dell’uomo contemporaneo, di cui è emblema Serafino Gubbio operatore, ridotto ad <<una mano che gira una manovella>>. Persino il cinema, una delle maggiori innovazioni tecnologiche del tempo, se si pensa anche alla sua utilità come strumento di comunicazione di massa, è considerato da Pirandello causa dell’allontanamento dell’uomo dal flusso vitale, in quanto “finzione di finzione”.
Ne “La Coscienza di Zeno”, Svevo denuncia il progressivo allontanamento delle nuove tecnologie dalla loro natura originaria di “estensioni”, “prolungamenti” delle strutture anatomiche umane. Per l’autore triestino, questo processo contribuisce al senso autostraniamento e di crisi d’identità dell’uomo contemporaneo, che costruisce macchine sempre più diverse da lui e che perciò, secondo la lezione marxista, si impongono sempre più come dominatrici piuttosto che mezzi.
In tal modo, inconsapevolmente, l’uomo è arrivato a concepire ed a produrre un progresso tecnico-scientifico distinto e slegato da quello umano, e perseguibile al di fuori dei suoi confini. In effetti, se il progresso scientifico della II Rivoluzione Industriale raramente ha conosciuto battute d’arresto, la crisi dei valori e la mancanza di riferimenti saldi e certi è una condizione che l’uomo, dopo il Positivismo e la disillusione della I Guerra Mondiale, non ha mai davvero superato. Se la II Guerra Mondiale è stata una tragedia umana, nel contempo (e anche per questo motivo) ha fornito l’occasione di sperimentare le grandi innovazioni scientifico-tecnologiche del primo ‘900: i carri armati, l’uso massiccio dell’aviazione, i sottomarini, ma anche i gas tossici come arma di distruzione e, soprattutto, la bomba atomica, che è forse l’esempio più eclatante del fenomeno che Svevo denunciava. Per ottenere la fissione del nucleo dell’uranio, Fermi e i fisici dello staff statunitense non avevano dovuto condurre alcuna indagine che partisse dalla natura, anche anatomica, umana. Ciò può sembrare ovvio oggi perché la scienza contemporanea nasce e si sviluppa “al di fuori dell’uomo”, ma se si considerano le tecnologie belliche del passato (spade, lance, frecce, cannoni, catapulte) si nota che hanno sempre un legame con l’anatomia dell’uomo che le costruisce, e che ne è padrone. La responsabilità di Fermi e dei suoi collaboratori era scientifica prima che umana proprio per questo motivo, perché riguardava un oggetto estraneo all’uomo e alla sua natura.
In un regime totalitario come il nazismo, il progresso scientifico era divenuto premessa necessaria a quello umano: senza la convinzione che la scienza potesse e dovesse avanzare ad ogni costo (la maggior parte delle nuove tecnologie belliche delle due guerre mondiali erano state messe a punto dalla Germania), in quanto “arbitra” dell’umanità stessa, forse il sistema dei lager non sarebbe esistito, in quanto si basava sullo scopo eugenetico di eliminare una razza ritenuta “scientificamente” e “geneticamente” inferiore. Questo era, per il nazismo, un dovere scientifico e, solo di conseguenza, umano. Il fine dell’organizzazione dei campi di lavoro era sperimentare entro quali limiti potesse essere spinta l’esistenza umana: Ebrei e slavi erano considerati cavie da laboratorio, perché “Untermenschen”, “sottouomini”, e il loro sacrificio era perciò un dovere per l’umanità.
Per quanto oggi si sia portati a identificare nel totalitarismo nazista l’incarnazione del male assoluto e incondizionato, del male che nasce dal male, non bisogna dimenticare che per gli ideologi e gli organizzatori del regime esistevano ragioni scientifiche, e dunque incontrovertibili, e che come tali venivano presentate alla massa, a giustificare il loro operato: la superiorità della razza ariana, ad esempio, era dimostrata dalla facilità con cui le colonie africane e asiatiche erano state conquistate. Non si trattava di una semplice manipolazione della scienza in vista di uno scopo già prefissato; tant’è vero che anche dopo la guerra è stata necessaria una dimostrazione scientifica della falsità delle leggi razziali, al di là delle ragioni umane e morali. Era stata la convinzione di basarsi su una verità scientifica, in effetti, a far sì che molti tedeschi rimanessero neutrali di fronte all’avanzare dell’antisemitismo e dell’ideologia nazista. A tal proposito è significativo l’avvertimento di Primo Levi: <<Non nascondetevi dietro l’ipocrisia della scienza neutrale: sei abbastanza dotto da saper valutare>>. Questa esortazione è la riaffermazione della responsabilità umana, dalla quale la scienza non può essere disgiunta: è necessario, secondo Levi, cercare di scorgere le ragioni e le conseguenze umane prima di intraprendere qualsiasi indagine scientifica. E’ lo scopo finale, cioè, a dover guidare la ricerca: solo così uno strumento per sua natura pericoloso e potenzialmente distruttivo può essere messo al servizio del bene dell’uomo e rendere <<meno doloroso e meno pericoloso l’itinerario dei posteri>>.
Ne “Il principio responsabilità”, Hans Jonas riafferma l’imperativo categorico di Kant come legge guida del progresso scientifico: <<Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita sulla Terra>>. In un’epoca in cui la scienza ha ormai in gran parte perso il suo legame “fisico” con l’uomo, è più che mai necessario che intervenga la coscienza umana a dare alla tecnologia il suo ruolo di strumento e non di padrone. E ciò è senza dubbio possibile, se un uomo come Primo Levi, che ha vissuto sulla sua pelle gli effetti del delirio della coscienza morale dell’uomo, scrive: <<La tua decisione può essere probabilistica e difficile: ma accetterai di studiare un nuovo medicamento, rifiuterai di formulare un gas nervino>>.
