Intervista a Maria Luisa Moscati

Può un uomo che ha vissuto la Shoah perdonare chi ha compiuto questo crimine? 

Secondo la legislazione ebraica dei rabbini, la Halakhah, può e deve perdonare solo chi è stato vittima. Durante il giorno dello Yom Kippur, ciascun ebreo, dopo 10 giorni di riflessione, analizza  tutto quello che ha compiuto di sbagliato durante l’anno e chiede perdono a Dio. Però neppure Dio può perdonare per un torto fatto al prossimo, se prima non si è stati perdonati dal prossimo stesso. Quindi se la vittima non perdona, mette in condizione l’altro di non poter chiedere perdono a Dio. Come possono essere perdonati coloro che hanno ucciso e torturato se la loro vittima è morta? Non possono. Solo chi ha subito l’ingiustizia può perdonare, non qualcun altro per lui. Quindi secondo questo concetto ebraico perdonare la Shoah è impossibile e inammissibile..

Prendo in esempio Simon Wiesenthal, ingegnere e scrittore di origine ebraica sopravvissuto alla persecuzione nazista: sognava di costruire case confortevoli per famiglie serene, invece si  è ritrovato a girare tra 15 diversi campi di concentramento. Dopo la sua liberazione è riuscito a trovare alcuni degli aguzzini che si erano nascosti, tra cui il famigerato Adolf Eichmann, militare e criminale di guerra tedesco, considerato uno dei principali responsabili dello sterminio degli ebrei, che venne processato l’11 Aprile 1961 a Gerusalemme, 15 anni dopo essere scampato al processo di Norimberga. Wiesenthal poteva ucciderlo ma non poteva accettare che  il mondo intero  non versasse una lacrima per la Shoah, invece volle giustizia proprio per dare voce alle vittime.

Wiesenthal, nel suo libro Il girasole, scrive che tutto questo non era per vendetta, ma per giustizia. Proprio il senso di  giustizia lo ha spinto ad agire.

Secondo lei, quanto è importante fare memoria?

E’ determinante. Napoleone, un giorno, passando vicino ad una sinagoga, sentì piangere. Era il 7 luglio (precisamente il nono giorno del mese di Av del calendario ebraico), giorno in cui gli ebrei ricordano la distruzione del tempio di Gerusalemme avvenuta nel 70 d.C. 

Gli ebrei piangevano ancora per quell’evento nonostante fossero passati secoli. Napoleone così affermò che “solo chi ha ben presente le proprie radici e la propria storia può aspirare ad avere un seguito: il futuro di un popolo si appoggia sulla base del suo passato”. Bisogna che l’umanità ricordi.

Ogni ebreo era marchiato con un numero e con quel numero veniva cancellato tutta la sua storia, diventando così un  oggetto. Quanto è importante il nostro nome?

Subito dopo l’apertura dei cancelli dei campi di concentramento, nel 1945, moltissimi ebrei fuggirono dal centro Europa in treno verso sud e quindi verso l’Italia. Al loro arrivo trovarono un’associazione americana (JOINT) che si occupava di aiutarli e cercare loro una sistemazione. Un giorno, nel porto di Livorno, uno dei porti italiani principali da cui partivano le navi dirette in Israele, fu richiesto da parte degli inglesi la registrazione di tutti gli ebrei in partenza. Fu richiesto il loro nome e cognome. Per la prima volta venne fatto l’appello leggendo ad alta voce i  nomi, per la prima volta  gli ebrei non si sentirono più un numero, per la prima volta non erano più cose ma persone. Fu una scena straziante e commovente. Questa storia mi è stata raccontata nel 2012 da Gualtiero Morpurgo, quando lo intervistai. Gli inglesi non volevano che gli ebrei fossero trasferiti in Palestina su queste navi, quindi le controllavano una ad una. Lui era un ingegnere, all’epoca aveva poco più di 25 anni,  ed erano appena stati inventati i tubi innocenti, quelli utilizzati nelle impalcature per la costruzione delle case. Una notte, in una di queste navi creò delle cuccette per gli ebrei proprio con questi tubi,  ai quali venivano legati dei teli. Quindi al momento del controllo gli inglesi  non trovarono letti ma solamente un carico di tubi che non dava alcun sospetto.

Il nome è l’identità della persona stessa.

Cosa pensa di quelle persone che, ancora oggi, affermano che la Shoah non sia mai esistita?

E’ una sciocchezza, una presa di posizione.

Io non credo che pensino realmente di negare l’esistenza della Shoah, perché ci sono tutti i resoconti storici del processo di Norimberga, chilometri di archivi, durante il quale non uno dei giustiziati nazisti ha detto “non è vero”. Hanno sempre detto “abbiamo eseguito gli ordini”,  dichiarandosi semplici esecutori di ordini, senza mai negare ciò che era accaduto. Quindi come fanno i negazionisti a negare una cosa che gli stessi autori hanno dichiarato vera? Secondo me,  è semplice malafede, dichiarano qualcosa che politicamente gli fa comodo ma che naturalmente non ha nessuna base scientifica. Si appellano al fatto che la maggior parte degli ebrei non ha raccontato nell’imminente la propria vicenda, ma dopo anni. Raccontare è stato difficile per molti, non si trovavano le parole e il coraggio per descrivere l’umiliazione subita. Negli anni, molti ebrei sopravvissuti venivano considerati come menti malate che raccontavano fatti improbabili. Tutto ciò ha molto influito  su questo “negare la Shoah”. 

E i testimoni di oggi? Molti erano bambini quando hanno vissuto la Shoah. Si pensi a Liliana Segre per esempio.

Sono rimasti in pochissimi. 

Liliana Segre all’epoca aveva 13 anni. Lei è suo padre avevano tentato di entrare in Svizzera, però la Svizzera, la civilissima Svizzera, accoglieva in questi tre modi: se avevi i soldi e potevi dimostrare di avere un deposito di denaro o di avere con te il denaro sufficiente a mantenerti anche se poi questo denaro veniva bloccato e riconsegnato un poco alla volta perché non servisse per far entrare qualcun altro. Quindi era un deposito per il mantenimento delle persone che chiedevano ospitalità. Se invece non  si aveva denaro ma  si era troppo giovane o troppo vecchio per lavorare come nel caso della Segre (lei una bambina di 12-13 anni, il padre anziano e malandato), non solo non si veniva  accolti ma  si veniva consegnati alla polizia fascista italiana. A Liliana Segre è successo questo, insieme a suo padre è stata trasferita a Milano, a San Vittore, in carcere, in attesa che di un numero sufficiente di ebrei per riempire un treno da spedire verso i campi. Se invece si era giovane, forte e senza denaro, si veniva accolti per lavorare.

Tornando proprio a Gualtiero Morpurgo, quando fu licenziato nel ‘38 con l’introduzione delle leggi razziali, lui stesso fu uno di quelli che scappò in Svizzera con un semplice zainetto e il suo violino regalatogli all’età di 8 anni dalla madre . Arrivò in Svizzera povero, ma era giovane e quindi era un buon elemento per il lavoro. Venne perciò traslocato in un campo di lavoro al centro del paese dove trascorse tutto l’inverno del ‘43 a tagliare alberi. Nonostante le mani piene di calli, rovinate e congelate, trovava sempre la forza, una volta tornato a casa, di suonare il suo violino. La musica gli migliorò la vita. Alla sua morte, la famiglia  ha regalato il suo violino al liutaio israeliano Amnon Weinstein.

Un’altra storia di musica che salva la vita è quella del violino di Eva Levy. Le fu regalato dal padre e fu la sua salvezza all’interno del campo di concentramento quando fu deportata ad Auschwitz. Nascose il suo violino sotto il cappotto per tutti i giorni di viaggio nel treno. Al momento dell’arrivo, quando fu costretta a spogliarsi, i tedeschi scoprirono il violino e le chiesero se suonava. Rispose di sì. Proprio in quell’anno  nel campo era stata allestita l’unica orchestrina di sole donne. Andavano a suonare addirittura nelle feste private dei tedeschi e a volte ricevevano addirittura una fetta di torta. Una cosa incredibile a quei tempi per i deportati. I Tedeschi amavano molto la bella musica e avevano creato delle orchestrine che accompagnavo gli ebrei nei campi di lavoro così, quando la gente passava, notava uno spirito allegro e tranquillo.

Un giorno il fratello le mandò un biglietto con scritto “ Der Musik macht frei”. Eva nascose questo foglietto e lo incollò all’interno del suo violino. Quando questo si spezzerà  lei verrà mandata via dall’orchestra e morirà di stenti perché  non riuscirà a sopravvivere alle condizioni dei campi di concentramento. All’apertura dei cancelli nel 1945 il fratello Enzo si recò nei magazzini dove troverà il violino di sua sorella che riconobbe proprio grazie al foglietto attaccato all’interno. Lo prese e lo fece riparare, gli fece attaccare dietro una stella di David in madreperla. Non ritirerà mai lo strumento perché l’anno dopo si suiciderà.   

A. Garbugli