AMBASSADOR OF THE FUTURE 2026, UN RAFFAELLIANO A NEW YORK

 Entrare nel Palazzo di vetro, rappresentare un paese, districarsi tra accordi e alleanze, cooperare per una  “Resolution”; questo e tanto altro io, assieme ad altri 2400 giovani provenienti da tutto il mondo, ho avuto l’opportunità di vivere dall’8 al 16 febbraio scorso quando, ammesso al progetto di WSC Italia “Ambassador of the future”, sono volato a New York city, per prendere parte alla simulazione che annualmente immerge studenti e studentesse di tutti i paesi nello scenario diplomatico delle Nazioni Unite.

Il compito di noi delegati, ovvero ambasciatori di una nazione (io personalmente ho rappresentato la Repubblica Islamica del Pakistan), era quello di lavorare in commissione, ossia una sorta di tavolo di confronto volto a trattare specifiche tematiche e a proporre, cooperando tra delegazioni, delle soluzioni a problematiche comuni. Io ho lavorato nella commissione “Crime Prevention and Criminal Justice” (CCPCJ) e il topic che abbiamo affrontato era quello della criminalità giovanile.

L’aspetto affascinante di questa esperienza è stato proprio quello di venire catapultati in prima persona in un contesto completamente nuovo ed estraneo alla mia quotidianità che, apparentemente lontano da noi, ti chiama a immergerti in quei macro temi che mai avrei pensato di affrontare in maniera tangibile a 17 anni.

Il lavoro in commissione è articolato in una prima parte di “open speech”, ovvero introduzione degli argomenti ed esposizioni preliminari delle delegazioni, in cui si delineano gli obiettivi e le posizioni dei paesi; una corposa parte centrale, in cui cominciano a concretizzarsi le alleanze tra nazioni che condividono fini e interessi e che quindi iniziano a costituirsi in “blocks” di stati, e infine la scrittura, esposizione, discussione e votazione dei “working paper” (proposte di risoluzione scritti dai blocchi di paesi), che terminano con la “final resolution” , ovvero la proposta più votata.

Dopo una prima riunione di ambientamento, in cui ho  preferito osservare il modus operandi e avere un ruolo più defilato e passivo, ho cominciato a relazionarmi con le diverse delegazioni e ad affermare progressivamente la posizione del Pakistan rispetto al topic (posizione delineata dopo un approfondito studio precedente alla partenza). Poiché erano diverse  le idee e le proposte che avevo intenzione di portare al tavolo, il mio interesse non era solo quello di essere paese firmatario (sostenitore non redattore di un working paper), ma era quello di collaborare attivamente alla stesura di una proposta. Uno è stato tra i punti portati dal Pakistan trascritto nel working paper, che tra l’altro è stato votato come risoluzione finale, ossia il “Fondo Popolare Unificato”, ovvero un fondo monetario volto a finanziare la costruzione e il mantenimento di scuole, case popolari e infrastrutture sociali.

Ciò che mi ha dato questa esperienza, oltre l’opportunità di mettermi alla prova con l’inglese e con la prontezza d’azione, è stata la realizzazione di un sogno che desideravo perseguire da molto tempo. Tanti sono i ricordi meravigliosi che mi porto dietro dalla grande mela, oltre alla consapevolezza che, se uno crede davvero in un progetto o in una causa, può e deve lavorare per realizzarlo.                              

M. Albero    

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