PAROLE DI GIUSTIZIA – “Giacomo Matteotti, al crocevia tra democrazia e fascismo”

Il giorno 18 ottobre alcune classi del nostro istituto hanno partecipato all’incontro “Giacomo Matteotti, al crocevia tra democrazia e fascismo” nell’ambito del progetto del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Urbino, “PAROLE DI GIUSTIZIA”. Presso Palazzo Battiferri si è svolto l’incontro con il giornalista di Repubblica Concetto Vecchio. Quest’ultimo ha scritto un libro intitolato Io vi accuso, Giacomo Matteotti e noi, mettendosi sulle sue tracce, leggendo le carte degli interventi parlamentari e le lettere d’amore alla moglie Velia, ma anche viaggiando attraverso l’Italia, dalla casa natale nel Polesine alla tomba, al palazzo del quartiere Flaminio da cui uscì per l’ultima volta. In questa vera e propria inchiesta giornalistica emerge il ritratto psicologico di un uomo intransigente, risoluto, ma anche inquieto, modernissimo, dalla parte degli ultimi, che affronta Benito Mussolini a viso aperto. Con l’occhio al presente e il cuore rivolto alle giovani generazioni, Vecchio ripercorre non solo la biografia di Matteotti, ma anche la lotta di coloro che, a volte difficoltosamente, hanno cercato di salvaguardare la sua memoria: dalla coppia romana che senza chiedere niente a nessuno ha deciso di ricordarlo con una targa commemorativa, agli studiosi che hanno curato i suoi scritti, da Franco Nero che lo interpretò al cinema fino al toccante incontro con la nipote Laura Matteotti nella Roma di oggi. Io vi accuso è uno scavo nella ferita pubblica e privata del più grave delitto politico del Ventennio: una storia che ci interpella anche adesso.

Giacomo Matteotti è una figura fondamentale della storia italiana, è noto per il suo coraggio e il suo impegno politico. Nato il 22 luglio 1885 a Fratta Polesine, in provincia di Rovigo, Matteotti si laureò in scienze economiche e sociali. Attivista socialista, divenne un importante esponente del Partito Socialista Italiano e si distinse per la sua ferma opposizione al regime fascista di Benito Mussolini.                        Matteotti si dedicò alla denuncia delle violenze e delle ingiustizie perpetrate dai fascisti, in particolare durante le elezioni del 1924. Il 30 maggio di quell’anno presentò un discorso in Parlamento in cui accusava il governo di frodi elettorali e di violenza; successivamente, il 10 giugno 1924, fu rapito e assassinato  da una squadra fascista a causa delle sue denunce alla nascente dittatura di Benito Mussolini. Il corpo di Matteotti non venne ritrovato fino al 16 agosto, nelle campagne di un comune a circa 20 km dal centro di Roma, e il 21 agosto la salma arrivò a Fratta Polesine dove si svolsero i funerali. Il suo omicidio suscitò un’onda di indignazione nel paese e portò a una crisi politica che mise in discussione il regime fascista. Nel discorso del 3 gennaio 1925 di fronte alla Camera dei deputati, Benito Mussolini si assunse pubblicamente la «responsabilità politica, morale e storica» del clima nel quale l’assassinio si era verificato. A tale discorso fece seguito, nel giro di due anni, l’approvazione delle cosiddette Leggi Fascistissime e la decadenza dei deputati che avevano partecipato alla secessione dell’Aventino come protesta per il delitto Matteotti. La figura della moglie, Velia Titta, è una figura rilevante nella vita di Giacomo Matteotti ed evidentemente, dopo la morte del deputato, era importante anche per il governo in carica, tantoché le mise una spia in casa; difatti Domenico De Ritis fu un grande simulatore e dissimulatore che, nella sua qualità di spia dell’Ovra, rese un grande servizio a Mussolini, neutralizzando l’azione politica della vedova. Vissuto sempre nell’ombra, tessendo subdole trame nei confronti delle vittime da lui spiate, uscì indenne dal processo penale e da due procedimenti amministrativi che furono promossi contro di lui nell’immediato secondo dopoguerra. Fu senza dubbio la spia più geniale del regime fascista che, dopo avere svolto attività spionistica per quattordici anni, riuscì persino a farsi cancellare dall’elenco delle spie dell’Ovra pubblicato nel 1946 e a farsi passare come benefattore della famiglia Matteotti. 

Uno degli obiettivi del Regime era quello di cancellare la memoria del loro più grande oppositore politico, tantoché, per molti anni dopo la sua morte, chiunque possedesse una sua immagine o un qualsiasi altro tipo di ricordo era passibile di arresto. Ancora oggi molti non riconoscono il ruolo che questa figura ha avuto nella storia del nostro paese. Il giornalista ci racconta un aneddoto che scoprì in occasione di un’intervista ad un ex dirigente Rai (Sergio Silva); il quale gli racconta che, per caso, sua moglie venne a sapere dal calzolaio del quartiere di abitare nel palazzo in cui abitava Matteotti fino alla sua scomparsa. Non essendone mai stati al corrente, lui e sua moglie decisero di apporre una targa abusiva nella facciata del palazzo che riportava la scritta: “Qui abitava Giacomo Matteotti quando uscendo di casa il 10 giugno 1924 andò incontro alla morte.” In occasione del centenario della sparizione del politico, il comune di Roma propose ai condomini di apporre una nuova targa ufficiale che riportasse nella scritta “morto per mano fascista”, ma purtroppo la maggior parte dei condomini si oppose; la targa apposta quindi non fa, ancora oggi, riferimento alle colpe del Regime. Inoltre fa specie che ad una figura politica di così alto profilo sia stato dedicato solamente un film (“Il delitto Matteotti” con Vittorio De Sica e Franco Nero)…segno che forse la politica dell’oblio tanto perseguita dai fascisti ha funzionato. 

V. Longhi

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