S’envoler

L’amore per la letteratura molto spesso nasce ascoltando qualcuno che ci legge una poesia. E in particolare le poesie de “I fiori del male” di Baudelaire furono sorgente di un appassionato interesse per noi alunni della 5D Linguistico. Ricordo che inizialmente la nostra professoressa di francese ci invitò a compiere traduzioni in prosa delle poesie di Baudelaire, non per agevolarcene la comprensione, ma per mostrarci come la traduzione in italiano dissolvesse la ricchezza semantica del linguaggio poetico. Ciò catturò soprattutto la curiosità mia e di altri tre compagni di classe e tale interesse spinse la nostra insegnante ad illustrarci un progetto volto alla realizzazione di un “pastiche linguistico” sulle note dei versi baudelairiani. Il pastiche  consisteva nella giustapposizione in un unico testo di frammenti diversi estrapolati dalle poesie del poeta maledetto.

L’idea mi entusiasmò all’istante, e ammetto che inizialmente mi parve un compito facile, un modo per trasformare la letteratura in gioco, quello che poi si rivelò completamente l’opposto. Non si può cadere nella banalità di mettere insieme dei versi a caso e sperare di ottenere un effetto suggestivo. La poesia richiede un lavoro “accanito” sulla lingua, e ritengo la scrittura automatica indegna come letteratura (ma interessante per lo psicologo) perché la facilità dei poeti è in realtà un lavoro tremendamente duro. E me ne accorsi quando, sebbene avessi a disposizione una vasta gamma di versi da “copiare”, mi ritrovavo a scrivere alla velocità di un verso l’ora.  In ogni parola c’è un addensamento di energia, una sorta di pressione che la sostiene e privarla del suo contesto era come togliere un ragno dalla sua rete.  Poi, però, dopo un po’ di tortura cerebrale, ho finalmente trovato la soluzione e i versi sembravano essersi cuciti da sé, avevo creato io quella poesia contenente uno scrigno di vocaboli accuratamente coltivati, che stavano insieme, si cercavano, si rispondevano, si ritrovavano, alla fine.  Insomma credevo di averla scritta io la poesia, di averli scritti io quei versi. Questo esercizio stilistico di “copiatura” ha paradossalmente sbloccato le mie abilità creative, tanto da aver dato nascita a una vera e propria meta-poesia.

S’ENVOLER 

Lecteur paisible et bucolique, 

Lis-moi, pour apprendre à m’aimer;

En quelque lieu que tu ailles, ou sur mer ou sur terre,

Serviteur de Jésus, courtisan de Cythère,

Le gouffre a toujours soif,

Le jour décroit, la nuit augmente, souviens-toi!

Le monde est monotone et petit aujourd’hui, 

Le temps mange la vie.

Envole-toi bien loin de ces miasmes morbides, 

Et bois, mon frère,

Le feu clair qui remplit les espaces limpides;

Si l’Ennui faisait volontiers de la terre un débris,

Ô Mort, donne-moi la main, viens par ici,

Aide l’âme curieuse à chercher son paradis!

Giulia Mazzagatti

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