Il concetto di comunità sta alla base di ogni società; in assenza di esso, quella è priva di ossatura, un informe mollusco. Già Protagora nel mito di Prometeo aveva messo in evidenza l’importanza di associarsi, di vivere insieme; all’inizio serviva a difendersi dalle fiere, poi diventa la base del vivere civile. Come cellule di un qualsiasi organismo che da sole non servono praticamente a nulla, ma insieme formano una macchia straordinaria, così deve essere strutturata la società per funzionare; la differenza con le cellule è che noi siamo in possesso di una nostra individualità la quale è e deve essere messa in evidenza (se non incoraggiata) dalla comunità. Senza comunità c’è solo individualismo, come un globulo rosso che porta ossigeno a chissà chi o meglio ancora un attore che recita in un teatro vuoto; ciò non ha scopo, l’attore non ha scopo, la sua ragion d’essere si indebolisce. Ora immaginiamo un mondo in cui vivono solo attori che recitano in un teatro vuoto; ebbene, quello è il nostro. Questo sfrenato individualismo, come lo definisce Eco, ha portato ad una totale sfiducia nell’Altro. Viene in mente a tal proposito la celebre sententia di Plauto “homo homini lupus”, che esprime al meglio la modalità dei rapporti interpersonali oggi. Questo aspetto si riflette poi in ogni ambito: in quello lavorativo, per esempio, notiamo che chiunque voglia trovare un impiego, debba letteralmente fare a gomitate per ottenerlo. Se ognuno è chiuso nella sua gabbia individualistica, è inevitabile evitarsi l’un l’altro, evitare i rapporti, arrivando a considerare come antagonista l’altro. Questo soggettivismo, a detta di Eco, genera fragilità e incertezza. Lo strumento che ha incoraggiato questo fenomeno, dopo la televisione, è internet. Il soggettivismo ha creato tante realtà virtuali capaci di sparare sentenza anche senza sapere. La parte inquietante di internet è che usa criteri di giudizio differenti da quelli tradizionali; quindi chi ha più visualizzazioni o follower o amici non è per forza un sociologo, un economista o un filosofo, ma le sue parole, grazie al magico potere di amplificazione che ha il web, influenzano le persone come se fossero pronunciate da personaggi competenti. Internet si presenta come specchio della nostra società in cui regna il caos, dove tutti parlano, ma nessuno ascolta. In mezzo a questa confusione Eco afferma che gli unici punti fermi, le uniche soluzioni per l’individuo, sono da un lato l’apparire e dall’altro il consumismo. Secondo me questi due aspetti sono strettamente collegati. L’apparire non può ,infatti, prescindere dal consumismo e il consumismo dal bisogno di apparire. Quale miglior oggetto è in grado di spiegare così bene questa sintesi se non il cellulare? Infatti questo dispositivo soddisfa il bisogno di apparire e genera un grande isterismo di massa all’uscita di un nuovo modello. Ogni anno la Apple sforna un nuovo cellulare fiammante, accompagnato da pubblicità fantastiche. Ma un cellulare non smette di funzionare dopo un solo anno. E’ evidente quindi che possedere un bellissimo e nuovissimo cellulare (l’apparire) e l’isteria che ogni anno coglie molte persone, facendole accampare davanti agli Apple Store per notti intere (il consumismo), hanno preso il sopravvento sull’utilità dell’oggetto stesso (e sulla mente della gente). Sono fenomeni, questi, figli di una mentalità infestata da un dilagante estetismo che da molti anni domina la nostra società. Nulla è approfondito, tutto è abbozzato. Tutto è sfavillante, nulla è concreto: riassume benissimo questo estetismo Raul Cremona nel suo personaggio Silvano, il mago di Milano, nel momento in cui si metteva a gesticolare in modo seducente e ridicolo; alla domanda che cosa stesse facendo, rispondeva: “Nulla, ma lo sta facendo molto bene!” In questo continuo apparire il sociologo-filosofo Baumann mostra che il cambiamento è diventato una costante; ha perso cioè il suo valore intrinseco. Siamo continuamente bombardati dal cambiamento (sotto la veste, spesso, del progresso) senza rendersi conto che è in realtà falso. Il cambiamento non può avere un carattere ripetitivo perché in questo modo si va a creare una nuova immobilità, nemica dello sviluppo di una società. Il sociologo polacco aggiunge: “L’unica certezza è l’incertezza” frase che accompagna la sentenza precedente. E’ il concetto che cercano di spiegare sopra, la confusione totale che domina il nostro mondo. Baumann crea una sintesi mirabile accostando termini appartenenti alla sfera semantica dell’instabilità (“cambiamento”, “incertezza”) a quella della staticità (“cosa permanente”, “certezza”). La dinamicità immobile è la caratteristica di questa società liquida. “Bisogna che tutto cambi per non cambiare nulla” diceva Tommasi di Lampedusa. Ed è proprio così. La nostra società è liquida, flessibile, incline al cambiamento. Ma in quanto liquida prenderà sempre e comunque la forma del contenitore in cui si trova, senza poter decidere della propria forma.
Davide Galeazzi
