Lei è arrivato al Raffaello quest’anno. Qual è la sua storia e il suo percorso precedente?
Dopo essermi laureato a Bologna in Lettere Classiche nel 1986 e dopo aver conseguito il dottorato di ricerca fra Bologna e Milano, dal 1992 al 2007, in seguito al concorso per l’insegnamento ho insegnato al Liceo classico “Nolfi”, (seppure con alcuni intervalli per periodi di ricerca anche all’estero). Quindi, superato il concorso per dirigenti scolastici, ho svolto il ruolo di dirigente per il primo anno presso l’ITC “Battisti” e poi per nove anni consecutivi sino allo scorso agosto presso il Liceo scientifico “Torelli”. Non ho mai smesso, però, di seguire interessi di studio legati alle mie discipline di formazione in ambito storico-letterario, attivando anche da diversi anni una collaborazione con l’Università di Urbino. Vivo da molti anni a Fano, con mia moglie ed i nostri tre figli (di 17, 21 e 23 anni).
Ci sono stati, da studente, dei professori che l’hanno motivata creando un ricordo perenne ?
Negli anni come studente al Classico di Fano ci sono stati dei professori che hanno lasciato un bel ricordo, anche per ragioni diverse l’uno dall’altro: chi più sul pano umano, chi più su quello della competenza disciplinare in senso stretto, chi più per una certa apertura di metodo e prospettive. Nell’insieme ho incontrato figure diverse per spessore e posizioni: ma anche questo è il “bello” della scuola pubblica statale. In ogni caso, non mi pento del percorso di studi che ho scelto; lo sceglierei ancora e lo raccomanderei. Negli anni universitari credo di poter dire di aver incontrato almeno un paio di figure di professori davvero eccellenti sul piano culturale-scientifico. Naturalmente, tanto alle Superiori quanto all’Università, ho conosciuto anche docenti meno validi. Si tratta di una “legge” di cui si fa inevitabilmente esperienza nella scuola, nel lavoro, nella vita.
Come mai il trasferimento da Fano a Urbino?
Quando una recente disposizione scolastica regionale ha previsto che il “preside” (oggi “dirigente scolastico”) non possa rimanere oltre nove anni consecutivi nel medesimo istituto, ho optato per il “Raffaello” di Urbino, ritenendola una istituzione scolastica più coerente con la mia formazione ed esperienza professionale rispetto ad altre tipologie di scuole seppur più vicine alla città in cui risiedo. Ho fatto questa scelta poiché concepisco il mio ruolo non come un ruolo meramente gestionale indifferentemente applicabile a qualunque contesto scolastico, ma come un ruolo di “leadership” formativa-culturale che può tanto meglio svolgersi quanto più coniugato in coerenza con la propria formazione ed esperienza professionale.
Che tipologia di leadership sta mettendo in atto all’interno della scuola?
Il ruolo di quello che la legge attuale definisce dirigente scolastico è piuttosto cambiato rispetto al ruolo precedente del “preside”. In sommaria sintesi, si potrebbe dire che rispetto al “preside” di anni fa, oggi al “dirigente scolastico” vengono chiesti competenze e impegni più orientati sul piano gestionale e burocratico. Come dicevo prima, io tendo invece ad interpretare questo mio ruolo, pur nel rispetto della normativa vigente, in chiave di “leadership” formativa-culturale, in una prospettiva prevalente di collaborazione.
Che consiglio si sente di dare ai ragazzi che sono incerti sul proprio futuro?
Ogni generazione ha avuto i suoi problemi; e forse ogni generazione è tentata di ritenere più fortunata la precedente. Tuttavia resta pur vero che gli adolescenti e i giovani oggi si trovano di fronte una realtà molto complessa e difficile da interpretare: i sociologi parlano di società postmoderna e la definiscono una società “liquida”. Il mercato del lavoro per un giovane d’oggi è enormemente più fluido, incerto e complicato; altrettanto dicasi per quello delle scelte universitarie o post-diploma. In positivo, però, alla complessità può corrispondere anche una maggiore ricchezza di opzioni. Anche se a volte potrebbe prevalere l’incertezza, mi sentirei di consigliare che, dopo essersi ben informati, si devono sempre seguire le proprie passioni e inclinazioni, cercando però con concretezza di verificare lo spazio che esse possono avere dal punto di vista occupazionale nel prossimo domani e comunque essendo consapevoli di tali prospettive occupazionali senza ingenuità disinformata.
In conclusione, quale “messaggio” vorrebbe lanciare agli studenti del Raffaello?
Colgo l’occasione per comunicare agli studenti e alle famiglie alcune intenzioni e preoccupazioni educative da parte della scuola, alcuni punti che, per quanto semplici, ritengo essenziali. Agli studenti, ho già detto che la loro presenza in questa scuola può intendersi come un intreccio di diritti e di doveri: due principali diritti e due principali doveri.
Anzitutto il diritto di apprendere. Ciò significa che la scuola deve fornire loro un insegnamento adeguato per conoscenze e competenze in qualità e quantità, chiedendogli di conseguenza un impegno serio; in questo, naturalmente, primario è il ruolo dei docenti. Ed è evidente come a tale diritto corrisponda immediatamente un parallelo dovere da parte degli studenti: il dovere di studiare. Difficilmente, infatti, l’apprendimento potrà realizzarsi se non accompagnato da un serio impegno di attenzione in classe e di studio pomeridiano, in qualità e quantità. Ho aggiunto che lo studio deve essere per loro il proprio attuale lavoro; naturalmente senza rinunciare ad altre varie e belle attività, ma senza neppure considerare lo studio un’attività residuale, bensì considerandola come l’attività principale (seppure non certo esclusiva). Gli studenti hanno poi il diritto di essere sempre rispettati come persone. Nessuno può offendere la loro dignità: né i compagni né il personale scolastico. Ciò naturalmente non significa che le valutazioni sulle loro prove non potranno essere negative; ma, a fianco di valutazioni anche eventualmente negative, è chiaro che la valutazione riguarda sempre la prova e non la persona (la prova potrà essere valutata con un voto negativo, ma sempre spiegandone le motivazioni e le correzioni al fine di favorire la comprensione e il recupero, e mai denigrando lo studente autore della prova). A questo diritto di essere rispettati corrisponde, quindi, il dovere di rispettare. Il rispetto che è dovuto a sé lo si deve agli altri: gli altri studenti e tutto il personale della scuola. E – come prescrive esplicitamente anche il nostro Regolamento di Istituto – il rispetto si estende anche ai beni materiali della scuola: a cominciare dai banchi (di cui ogni alunno è responsabile e che vanno riconsegnati a fine anno puliti e integri) fino a tutte le strutture e strumentazioni varie.
Mi auguro che le famiglie possano condividere queste considerazioni essenziali e concorrere a sostenerle in quella relazione educativa che, primariamente, hanno con i loro figli come compito precipuamente proprio.
Quanto a noi, come scuola, ne siamo certamente convinti (e credo in questo di interpretare il pensiero anche dei docenti). Talvolta potremo forse non dimostrarcene all’altezza, a causa dei nostri limiti oggettivi o soggettivi; al riguardo potremo aiutarci a vicenda, in una auspicabile alleanza educativa scuola – famiglia, nel rispetto dei rispettivi ruoli.
Narjis En Nahili
