di Vasilij Grossman
CAPITOLO 1
Sulla linea ferroviaria a una sessantina di chilometri a est di Varsavia si trovava la stazione di Treblinka, piccola e sperduta.
Quattro chilometri separavano la stazione da una cava di sabbia bianca utilizzata nell’edilizia urbana e industriale. Un posto desolato che gli uomini della Gestapo, con il benestare del Reichsführer delle SS Heinrich Himmler, scelsero per edificarvi la principale fabbrica della morte, degna copia di Auschwitz, che surclassò Sobibor, Majdanek e Belzec.
Il lager di Treblinka era diviso in due campi: il n. 1, dove lavoravano prigionieri di varie nazionalità, in special modo polacchi, e il n. 2, per gli ebrei.
Il campo n.1, di lavoro forzato, funzionò dall’autunno del 1941 al 23 luglio del 1944. Venne raso al suolo quando i prigionieri già sentivano in lontananza il rombo sordo dell’artiglieria sovietica. Alle prime luci del 23 luglio le SS si riempirono di acquavite per farsi animo e cancellarono il lager dalla faccia della terra. Prima di sera tutti i prigionieri erano stati uccisi e sotterrati. Riuscì a salvarsi solo Max Lewit, falegname di Varsavia, che – ferito – restò immobile fino a notte fonda sotto i cadaveri dei suoi compagni e poi arrancò verso il bosco.
Si può pensare che al mondo non ci fosse nulla di più orrendo di quel campo. La popolazione del campo n. 1, invece, sapeva bene che qualcosa di più tremendo, di cento volte più orrendo c’era eccome.
A tre chilometri dal campo di lavoro, nel maggio del 1942, i tedeschi iniziarono a costruire un lager per gli ebrei, dove nulla era pensato per la vita, ma tutto per la morte. La sua esistenza, così aveva deciso Himmler, doveva restare assolutamente segreta, nessuno doveva uscirne vivo.
Sulle tradotte, lungo un’apposita diramazione della ferrovia, le vittime non sospettavano, fino all’ultimo, quale destino le attendesse.
Era questo il vantaggio della posizione di Treblinka: stipati di vittime, i treni vi giungevano da ogni punto cardinale, da oriente e da occidente, da nord e da sud. Dalla Bielorussia, da Germania, Cecoslovacchia, Austria, Bulgaria e Bessarabia.
I treni arrivarono a Treblinka per tredici lunghi mesi, ogni convoglio aveva sessanta vagoni e su ogni vagone era scritto un numero col gesso: 150, 180, 200. Il numero delle persone che trasportava. Gli addetti alla ferrovia e i contadini dei dintorni tennero un conto segreto dei transiti.
Il totale di coloro che vi furono condotti nell’arco di quei tredici mesi si aggira intorno ai tre milioni di persone.
Tredici mesi, trecentonovantasei giorni di treni che ripartivano carichi di sabbia o vuoti; e nessuno di coloro che entrò nel campo n. 2 di Treblinka ha mai fatto ritorno a casa.
Entro la primavera del 1942 quasi tutta la popolazione ebrea della Polonia, della Germania e delle province occidentali della Bielorussia era rinchiusa nei ghetti.
Una segregazione che era il primo passo, propedeutico, del piano di sterminio di Hitler. Per il secondo – l’effettiva eliminazione fisica – si giudicò che il momento adatto fosse l’estate del 1942, periodo di grandi successi nazisti.
«Vi mandiamo in Ucraina a zappare la terra» dicevano i tedeschi alle loro vittime, autorizzandole a portare con sé venti chili di bagaglio e cibarie e a pagarsi il biglietto fino alla stazione di «Ober-Majdan». Il nome in codice di Treblinka. Tutta la Polonia, infatti, già mormorava riguardo a quel luogo spaventoso, e la parola Treblinka divenne tabù per le SS addette al carico delle tradotte.
Per tutto il tragitto i prigionieri non ricevevano acqua. La sete era tale che si riducevano a bere la
propria urina. Per un sorso d’acqua le guardie chiedevano cento zloty, ma una volta incassato il denaro era difficile che l’acqua comparisse. I prigionieri viaggiavano stretti gli uni contro gli altri, spesso in piedi, e all’arrivo in ogni vagone si contavano diversi morti.
Con i treni provenienti da occidente, invece, era tutta un’altra storia. In Europa non si sapeva nulla di Treblinka, e fino all’ultimo le vittime credevano di essere condotte a lavorare, tanto più che i tedeschi non facevano che descrivere loro le comodità e i vantaggi della nuova vita che li attendeva. Alcuni treni scaricarono gente convinta di finire all’estero, in paesi neutrali: visti e passaporti erano stati pagati fior di quattrini alle autorità tedesche. I passeggeri avevano con sé valigie e bauli voluminosi, e grosse scorte di cibo.
Come ultimo inganno per coloro che giungevano dall’Europa, in fondo al binario che conduceva al lager della morte, era stata allestita una vera stazione con la biglietteria, il deposito bagagli, il ristorante e cartelli ovunque. Un’orchestrina suonava all’arrivo dei convogli e i musicisti erano tutti ben vestiti. Alla porta, un addetto in divisa da ferroviere ritirava i biglietti e indirizzava i passeggeri verso lo spiazzo esterno dove si radunavano dalle tre alle quattromila persone cariche di borse e valigie.
C’era qualcosa di tremendo, di angosciante in quel piazzale calpestato da milioni di piedi. Lo sguardo ansioso dei nuovi arrivati coglieva subito dettagli preoccupanti. Sul terreno ramazzato in gran fretta, c’erano oggetti sparsi: un fagotto di vestiti, valigie aperte, pennelli da barba, pentole smaltate. Cosa ci facevano, lì? E perché il binario finiva dentro la stazione, perché l’erba era giallastra, perché quella barriera – tre metri – di filo spinato? E perché le nuove guardie avevano quello strano ghigno sulle labbra mentre li osservavano?
Con voce stentorea, scandendo ogni parola, un sottufficiale delle SS invitava i nuovi arrivati a lasciare il bagaglio sullo spiazzo e a recarsi ai «bagni» con i soli documenti.
«Achtung!»: «Gli uomini restino dove sono. Donne e bambini a spogliarsi nelle baracche a sinistra».
C’erano sono troppe mosche grasse e fastidiose, e non si capiva perché. E poi perché laggiù, verso sud, gracchiavano gigantesche scavatrici?
Ma era già l’ora della fase successiva.
«Schneller! Schneller! Che l’acqua del bagno si raffredda! Schneller, schneller!». Le vittime camminavano in silenzio tra due file di guardie schierate che le bastonavano con i manganelli e i calci dei mitra mentre arivavano di fronte a un bell’edificio in pietra con finiture in legno che pareva una chiesa antica.
Le ampie porte della casa della morte si spalancavano lentamente. E’ a questo punto che compariva Kurt Franz, uno dei comandanti di Treblinka, con al guinzaglio il cane Barry, addestrato a scagliarsi sulle vittime e a strappare loro i genitali.
Treblinka crebbe pian piano. Le prime tre camere a gas erano piccole: cinque metri per cinque. Ogni camera aveva due porte: da una entravano i vivi, dall’altra – molto larga – venivano trascinati fuori i cadaveri gasati. Non bastavano, però, a soddisfare la produzione di morte imposta da Berlino.
Immediatamente si passò a costruire le nuove camere a gas, dieci in tutto, simmetriche, disposte sui due lati di un ampio corridoio in cemento.
Ognuna aveva due porte: la prima dava sul corridoio e serviva per spingere dentro i vivi; la seconda, nel muro opposto, serviva a sgomberare i cadaveri gasati. Dava su un’apposita banchina con una monorotaia. In questo modo i cadaveri venivano ammassati, caricati sui carrelli e portati in enormi fosse che gigantesche ruspe scavavano giorno e notte.
Il pavimento era fortemente inclinato dal corridoio verso la banchina, un espediente che velocizzava alquanto il lavoro di sgombero.
In ogni stanza si eliminavano in un colpo solo da quattro a seimila esseri umani. E in media le camere dell’inferno di Treblinka si riempivano almeno due-tre volte al giorno.
Treblinka funzionò ogni giorno per tredici mesi. Treblinka sterminò tre milioni di persone.
Dopo venti, venticinque minuti le porte che davano sulla banchina si spalancavano. In tuta da lavoro e con le SS che li incitavano urlando, altri prigionieri procedevano allo scarico. Dal pavimento inclinato verso l’esterno, molti corpi rotolano fuori da soli.
Le SS esaminavano i cadaveri senza smettere di chiacchierare. Se qualcuno, ancora vivo, gemeva o sussultava, veniva finito con un colpo di pistola. Squadre di uomini armati di tenaglie da dentista strappavano i denti d’oro e di platino ai morti in attesa d’essere caricati sui carrelli. Poi li suddividevano a seconda del valore, li inscatolavano e li spediva in Germania.
I cadaveri venivano scaricati in enormi fosse, uno contro l’altro. La fossa restava aperta, in attesa. Intanto, altri venti vagoni raggiungevano lentamente la banchina della finta stazione di Ober-Majdan. E altre tre-quattromila persone si ritrovavano sul piazzale con le loro valigie, i loro fagotti e le sporte di cibo.
CAPITOLO 2
Sul finire dell’inverno del 1943 a Treblinka arrivò Himmler con un gruppo di alti funzionari della Gestapo. Esaminò personalmente il lager. I suoi accompagnatori rimasero a una certa distanza mentre egli rimirava la gigantesca tomba già riempita per metà di cadaveri.
Prima di lasciare Treblinka, diede al comando del lager un ordine che lasciò tutti di sasso: procedere seduta stante alla cremazione dei corpi già sepolti, tutti quanti, portare fuori dal lager le ceneri e i resti e spargerli sui campi e lungo le strade.
Sotto terra c’erano già centinaia di migliaia di cadaveri, e l’impresa si prospettava a dir poco ardua e complessa. Secondo le nuove disposizioni, inoltre, i corpi delle future vittime non andavano sepolti, ma bruciati direttamente. L’operazione di incenerimento, però, non ingranava: i corpi non volevano saperne di bruciare.
Per ridurre in cenere i cadaveri ci volevano molta benzina e molta nafta: somme ingenti di denaro per risultati più che modesti. Il problema sembrava senza via d’uscita. Ma si trovò presto un rimedio. Dalla Germania arrivò una SS, un uomo tarchiato sulla cinquantina, un esperto
del settore, lo Scharführer delle SS Herbert Floss. Fu lui a dirigere i lavori per la costruzione dei forni. Si trattava di forni-rogo. Una ruspa scavò una fossa lunga duecentocinquanta-trecento metri, larga venti-venticinque e profonda sei. Lungo tutto il fondo vennero posate tre file equidistanti di piloni di cemento armato alti un metro, un metro e venti dal suolo. Su quelle travi, di traverso, vennero posati dei tronconi di binario per creare una gigantesca graticola di un forno ciclopico. Si costruì poi una nuova monorotaia, che dalla fossa-tomba conduceva alla fossa-forno. Di lì a poco toccò a un secondo forno delle stesse dimensioni del primo, poi a un terzo. E su ognuna delle graticole venivano caricati fino a tremilacinquecento-quattromila cadaveri.
Le lingue di fuoco arrivavano a una decina di metri d’altezza e colonne di fumo nero, denso e oleoso, si levavano verso il cielo e incombevano nell’aria come una coltre pesante e immobile. La notte quella fiamma alta più dei pini intorno al lager veniva scorta anche dagli abitanti dei paesi limitrofi, a trenta, quaranta chilometri di distanza. L’odore di carne umana bruciata impregnava l’intero distretto, e quando il vento soffiava verso il lager dei polacchi, a tre chilometri, il fetore toglieva il fiato.
L’estate del 1943 fu un’estate caldissima.. Niente pioggia, niente nubi né vento per diverse settimane. Il lavoro di incenerimento dei corpi ferveva. Erano quasi sei mesi che i forni lavoravano giorno e notte, ma solo la metà dei cadaveri era stata bruciata. I detenuti addetti all’incenerimento non reggevano all’orrenda tortura – morale e fisica -e ogni giorno si registravano dai quindici ai venti suicidi.
Ceneri e resti venivano portati fuori dal lager. A caricarli sui carri e a spargerli lungo la strada che dal lager della morte portava al campo polacco erano i contadini che i tedeschi reclutavano nel paesino di Wólka. A spianare la cenere con i badili, invece, erano i prigionieri-bambini, che ogni tanto trovavano qualche moneta d’oro fusa o dei denti sciolti. Li chiamavano «i bambini della strada nera». Perché con tutta quella cenere la strada era diventata nera come una fascia a
lutto. Le ruote delle macchine facevano un rumore diverso, su quella strada. I contadini trasportarono cenere dalla primavera del 1943 all’estate del 1944. La procedura impegnava venti carri ogni giorno, e a ogni carro toccavano dai sei agli otto carichi quotidiani (centoventi-centotrenta chili di cenere ogni volta).
La fabbrica della morte aveva funzionato ininterrottamente per tredici mesi. E per tredici mesi i tedeschi avevano provato a nascondere le tracce del loro operato…
Silenzio.
Sintesi di G. DI CHIARA – C. HUDESCU
