
Carissima Edith Bruck,
le scriviamo questa lettera perché ci sentiamo in dovere di ringraziarla a nome di tutti gli studenti del Raffaello, ragazzi che come noi, hanno avuto l’opportunità di ascoltare le sue parole, schiette e sincere, senza fronzoli o litoti. Il 31 gennaio 2023 la abbiamo accolta nella nostra scuola, anche se solo attraverso un video, in collegamento da casa sua a Roma, per raccontarci la sua dolorosa storia di ebrea ungherese, deportata ad Auschwitz.
Ammiriamo la sua persona: lei ha avuto la forza di non nascondersi, il coraggio di parlare. Ammiriamo la sua forza e la sua scelta di andare controcorrente e di non essersi mai sentita in colpa per essere sopravvissuta. D’altronde che colpa avrebbero mai potuto attribuirle, che colpa potremmo attribuirle? Di essere ebrea? Ma questa non è una colpa. Le sue parole ci hanno fatta pensare a quanto sia importante raccogliere l’ultimo briciolo di speranza per poi accennare un sorriso, rialzarsi e continuare ad affrontare gli ostacoli della vita. Quanti hanno il suo stesso coraggio?
“Racconta, non ci crederanno, racconta, se sopravvivi, anche per noi”. Che macigno deve essere stata per lei questa responsabilità così grande? La responsabilità di ricordare milioni di persone che non sono state fortunate come lei e che non hanno avuto la voce per gridare al mondo la loro sofferenza, l’umiliazione di non essere state trattate come persone, denudate, marchiate, rasate … uccise.
Ci ha raccontato di momenti, intimi e piuttosto crudi, ma con un ineguagliabile amore verso il prossimo. Questo la rende unica. Sul suo volto, nei suoi occhi, si legge ancora tanta sofferenza, ma tanta energia e nessun rancore. La sua è una preziosissima lezione di vita: non lasciar cadere la memoria, le memorie, nell’oblio. Lei è un pezzo di storia vivente, una risorsa per l’umanità! È stato un onore e una fortuna per noi conoscerla e parlarle, farle tante domande. Già da adesso possiamo dire di essere fieri di chi siamo e di contribuire alla costruzione di un mondo di pace, anche grazie alle sue parole, schiette e mai offensive verso nessuno, men che mai verso i suoi carnefici .
Ricorderemo per sempre ciò che ci ha trasmesso con il suo racconto, proteggeremo con cura il suo messaggio di amore per la vita e ne faremo buon uso.
Le promettiamo che non la deluderemo, la sua testimonianza non cadrà nel vuoto e continuerà a vivere attraverso tutti noi. Faremo in modo che non accada mai più quello che lei ha vissuto, che non ci sarà mai più un altro Auschwitz … anche e soprattutto per merito suo.
Grazie signora Bruck, grazie per tutto quello che fa! E soprattutto grazie per credere ancora nell’umanità.
Ci hanno molto colpito i suoi sentimenti verso l’essere umano e abbiamo ammirato molto il suo discorso sulla religione, che non è solo la fede in una dottrina, ma i comportamenti che una persona assume quotidianamente: la bontà, la gentilezza, l’altruismo. La pensiamo come lei, una persona religiosa non è solo una persona che prega tutti i giorni, ma è una persona che ha valori buoni e genuini.
A. Cuflic, N. Pazzaglia
Edith Bruck, di origine ungherese, è nata nel 1931 in una povera, numerosa famiglia ebrea. Nel 1944, poco più che bambina, il suo primo viaggio la porta nel ghetto del capoluogo e di lì ad Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen. Sopravvissuta alla deportazione, dopo anni di pellegrinaggio approda definitivamente in Italia, adottandone la lingua. Nel 1959 esce il suo primo libro Chi ti ama così, un’autobiografia che ha per tappe l’infanzia in riva al Tibisco e la Germania dei Lager. Nel 1962 pubblica Andremo in città, che diventa nel 1966 un film per la regia del marito Nelo Risi e da cui saranno tratti anche due film per la tv (Il cavallo e Silvia). È autrice di poesie e di romanzi.
