Non mi riconosco più

“Non mi riconosco più”: la prosopagnosia è un disturbo che molti ritengono “innocuo”, ma questa patologia “ferisce” gravemente le proprie “prede”fino a impedire di riconoscere se stessi ed altre persone o cose note. Infatti questo “male” impedisce al cervello di chi ne soffre di riconoscere i tratti somatici di una persona, nei casi più gravi non si riconoscono più né amici né familiari, neppure se stessi, appunto, tanto che può addirittura fare impazzire chi ne è vittima. Il pensiero di molti al riguardo è:” Se il problema di questa sindrome è il non riconoscere qualcuno o qualcosa, non la riterrei una grave calamità”. Il fatto che questa sindrome è diffusissima, non in senso stretto, ossia che non si riconoscono i tratti somatici delle persone,  ma nel senso che molti non riconoscono il carattere artistico ed espressivo dell’umanità e delle cose che stanno loro intorno. Oggigiorno con la tecnologia abbiamo sviluppato una predisposizione ad una realtà piatta, a due dimensioni, dove minore è l’attenzione alle forme artistiche reali. L’ abitudine ci limita e ci incatena ad una routine che dà poche occasioni di originalità; l’attenzione alla profondità si è ridotta e la poesia è diventato un prodotto di élite, e sempre più raro. O meglio: sebbene ora i luoghi d’espressione dell’uomo si siano moltiplicati, il cervello umano, che è stimolato da molte più espressioni d’arte rispetto al passato, non riesce a valutare opportunamente e a riconoscere le  nuove sollecitazioni poetiche in cui siamo quotidianamente immersi. Poesia è “il luogo denso dell’espressione dell’Io”, ci insegnano a scuola, poesia non è quindi solo Foscolo Leopardi, Montale…., poesia è, ad esempio, anche  Banksy uno “STREET ARTIST”, dalla forte carica di una denuncia sociale o satirica. Torniamo a guardare, a guardarci, a leggere, a scrivere, a disegnare, a riconoscerci. È questa la cura che possiamo prescriverci contro la prosopagnosia  dei nostri bisogni emotivi al fine di evitare il cecismo/cecità nei confronti degli altri e di noi stessi.

G. Barrilà