La mostra
E’ sempre difficile parlare di memoria senza risultare retorici, schiavi di un ben pensare spesso vuoto. Oggi vogliamo parlare della nostra esperienza di “memoria” e di come abbiamo cercato di ricordare in modo autentico quello che è stato uno dei capitoli più tristi della storia del Novecento.
Il 27 gennaio di ogni anno si celebra la “giornata della memoria” per ricordare le 6 milioni di vittime dell’Olocausto. Questa data è significativa, proprio il 27 gennaio del 1945 l’Armata Rossa invase il campo di concentramento di Auschwitz e liberò i superstiti rivelando all’umanità il teatro di orrori che quel luogo maledetto era stato.
Il nostro istituto, l’ I.I.S. Raffaello, ha voluto quest’anno essere presente con una sua iniziativa per ricordare questo tragico avvenimento: una mostra aperta al pubblico dal 27 gennaio al 2 febbraio 2019.
In collaborazione con il Comune di Urbino e con Maria Luisa Moscati, studiosa urbinate di ebraismo, supportati dal dirigente scolastico Samuele Giombi e dalle prof.sse Cavallini e Gioffreda, la mostra è stata allestita nei corridoi della nostra scuola con noi alunni, un gruppo di 12 studenti di classi diverse, a fare da guida.
Con 38 pannelli, versione itinerante di una mostra più ampia già ospitata al Vittoriano di Roma tra il 2004 e il 2005 abbiamo organizzato un percorso storico-espositivo coinvolgente, aperto alla città, semplice ma che potesse “restare addosso” e provvedere a mantenere viva la consapevolezza delle nostre colpe.
La mostra si componeva di tre momenti:1) la ricostruzione del quadro storico-politico della Shoah e della situazione degli ebrei italiani dal 1861 al 1938, anno delle leggi razziali emanate da Mussolini, dopo quelle di Hitler del 1935; 2) l’illustrazione della posizione di molti intellettuali dell’epoca, fascisti ed antifascisti, delle loro convinzioni, ma anche il racconto di tante storie di ebrei di ceti sociali diversi, tra le quali quelle di Primo Levi e di Liliana Segre, solo per fare qualche esempio, dalla loro perfetta integrazione nella società italiana fino alla loro discriminazione, dei diversi epiloghi delle loro vite, le fughe, i nascondigli e, nel peggiore dei casi, la deportazione nel lager; 3) l’ultima parte è stata sicuramente quella più coinvolgente a livello emotivo: la lettura di alcune pagine dei diari di Marcella e Gaddo, due ragazzi ebrei, romana la prima, triestino il secondo, le cui vicende sono state legate alla città di Urbino. Attraverso Marcella e Gaddo abbiamo ricostruito storie avvenute in luoghi che noi viviamo quotidianamente.
Al termine del percorso, un pannello bianco, “ la pagina bianca della storia” ancora da scrivere invitava i partecipanti a incidere nero su bianco una riflessione personale, un segno tangibile che rafforzasse la consapevolezza di ciò che è stato.
Tanti i visitatori nella giornata dell’inaugurazione e nella settimana successiva, tra i quali gli alunni delle terze medie degli Istituti Pascoli e Volponi di Urbino.
Perché ricordare?
Perché è così importante? Noi non abbiamo la pretesa di porci da maestri, ma dalle nostre riflessioni e da quelle lasciateci dai visitatori delle mostra abbiamo capito che sarà sempre impossibile comprendere appieno quello che è successo, soprattutto man mano che ce ne allontaniamo nel tempo. Tuttavia, un dovere lo abbiamo, ed è quello di sforzarci di conoscere
perché la conoscenza è l’unica possibilità che abbiamo per difenderci dal mondo intorno a noi e da noi stessi, perciò abbiamo cercato di leggere, di capire, di porci domande.
Hannah Arendt nel volume inchiesta La Banalità del Male ha messo in luce che le persone che compivano gli atti più crudeli erano anche le più insignificanti, omuncoli che eseguivano gli ordini sapendo ma non capendo. Conoscere significa capire, significa saper agire con fermezza senza rimanere impassibili davanti al flusso degli eventi. Conoscere significa anche saper osservare in modo analitico, avere proprie opinioni, essere liberi dai pregiudizi, essere liberi di decidere in cosa credere e perché crederci.
A volte è comodo pensare che questo sterminio inaudito sia il frutto di poche menti isolate tuttavia non è così; lo sterminio ha portato alla luce il lato nascosto di tutta una società civile ben organizzata. Possiamo affermare oggi che l’intera società è stata carnefice tanto quanto gli esecutori materiali e, dimenticando, anche noi possiamo diventare complici dello sterminio perpetrato nell’ Europa degli anni ’40.
Nell’opera Modernità e Olocausto Zygmunt Bauman mette in relazione la persecuzione degli ebrei con le dinamiche della società moderna. L’autore mostra come lo sterminio sia un fatto ripetibile, un frutto della civiltà moderna e delle regole economiche che la guidano. Vede dunque la Shoah come prodotto della modernità. In quest’ottica per Bauman il potere della società, una società solidamente “nazionalista”, impregnata di “una sola cultura”, può mettere a tacere le istanze morali dei singoli individui ela gigantesca macchina di morte del nazismo lo dimostra.L’organizzazione sociale moderna zittisce il senso di responsabilità personale. Si cela quindi un mostro nel finto ordine della società borghese che in pochi sono pronti a denunciare.
Oggi la maggior parte di noi prova una profonda rabbia nei confronti di quello che è successo, perché si tratta di una ferita inguaribile per l’umanità che ormai siamo tutti condannati a portarci dietro. Questa rabbia è stata espressa da Jean Améry, intellettuale e superstite dell’ Olocausto. Améry non ammetteva né sconti né giustificazioni. Delitti così catastrofici non si dimenticano, perché, in fondo, di catastrofe si è trattato. Catastrofe in senso greco, ribaltamento, rovesciamento, evento dopo il quale ogni cosa non potrà più essere la stessa. Améry parla di ressentiment, risentimento, inteso come ri-sentire, attraverso il quale il carnefice può accostarsi alla vittima come suo simile.
La distanza dai fatti del passato non è una giustificazione per il male. L’azione del male non guarisce come una normale ferita rimarginandosi col tempo, ma lascia un vuoto che il bene e il pentimento non possono colmare. E’ assolutamente ipocrita pensarlo. Améry si scontrò con Primo Levi, conosciuto nel campo di concentramento di Auschwitz e accusato di essere un “perdonatore”. Si può perdonare il proprio carnefice? Riconciliarsi con chi è stato artefice del male più assoluto? Améry non vuole perdonare, piuttosto chiede giustizia. Combatte una guerra fatta di rabbia fino al suo suicidio. Levi fa una scelta diversa, sceglie di non combattere quando dice “Non sono capace, personalmente, di fare a pugni né di rendere il colpo”. Anche lui morirà suicida, anche per lui “La tortura è stata una interminabile morte”.
L’Olocausto è stato indubbiamente uno degli eventi che ha lasciato la ferita psicologica più profonda nell’ immaginario collettivo, mostrando di cosa è effettivamente capace l’uomo, e, di come davanti agli eventi traumatici si possono avere reazioni diverse, dalla rassegnazione alla denuncia. Tuttavia ciò che accomuna tutte le vittime è un’indicibile sofferenza, un carico di male che tiene la vita in stretta contiguità con la morte.
Per noi, è necessario dunque ricordare , qualunque siano le motivazioni di ciascuno, perché un fenomeno così ampio e crudele non nasce senza fondamenta solide, senza il pieno consenso, almeno iniziale, di molti, se non di tutti. Occorre fare memoria affinché non avvenga più ciò che è già successo.
Ci piace concludere questa nostra riflessione con una frase di Lilli Gruber, lasciataci da un visitatore della mostra su uno dei tanti bigliettini di cui si è riempito il pannello della “pagina bianca della storia”, perché sintetizza efficacemente l’idea che è maturata in noi nel corso di questa esperienza: “L’Olocausto resta il peggiore dei crimini del regime nazista. E tutti coloro che, prima e durante la guerra, hanno lasciato che venisse preparato, organizzato e messo in pratica, hanno una parte di responsabilità: attiva o passiva”.
S. Balsamini – M. Deriu – N. Di Berardino – L. Spadoni
